La discarica dei cattivi sentimenti

Come mai consideriamo Facebook la discarica delle nostre peggiori emozioni? È un quesito che mi frulla in testa da qualche tempo.

Meditavo di fare questo articolo da un po’. Ero indecisa, non mi andava di unirmi al coro delle critiche sui guai della nostra epoca né di demonizzare l’uso dei social. Volevo solo fare qualche riflessione a seguito del crescente disagio che spesso provo entrando su Facebook.

 Per me, il social inventato da Zuckerberg è sempre stato un importante mezzo di comunicazione. Un veicolo potente per condividere le mie passioni, la professione che ho scelto, le esperienze di vita.

La condivisione, infatti, è il motore principale del meccanismo social. La definizione del verbo condividere trasmette una sensazione positiva, l’idea di un’unione tra persone sconosciute che tuttavia amano, riflettono e discutono su interessi comuni, su progetti simili e via discorrendo.

Quella riga bianca che compare sulla nostra home con la scritta in grigio “A cosa stai pensando?” è un’opportunità per fare amicizia, farsi conoscere, parlare della vita. Esprimere un’opinione. Non a caso Facebook è il luogo che ha visto nascere alcune delle amicizie più vere e importanti della mia vita. Dunque è un mezzo positivo, se usato nel modo corretto, tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, fatico ad avere un rapporto sereno con questo social, vittima, a mio avviso, dei cosiddetti “stato-insulto” che si travestono da opinione.

Opinione. Un’altra parola che sul social è virale. Ognuno di noi può aprire il pc o lo smartphone e scrivere la propria opinione su qualsiasi cosa l’abbia colpito. Una libertà che, quanto meno all’inizio, poteva essere qualcosa di positivo, un veicolo per farsi ascoltare, per rendersi conto di non essere da soli a pensarla a quel modo, ma l’opinione è diventata delirio di onnipotenza. Quella domanda posta da Facebook ha scoperchiato il vaso di Pandora, tirando fuori il lato più brutale della maggior parte di noi.

Ma qual è il vero significato del termine Opinione? Lo conosciamo ancora?

opinióne (ant. oppinióne) s. f. [dal lat. opinio -onis, affine a opinari «opinare»]. – 1.Concetto che una o più persone si formano riguardo a particolari fatti, fenomeni, manifestazioni, quando, mancando un criterio di certezza assoluta per giudicare della loro natura (o delle loro cause, delle loro qualità, ecc.), si propone un’interpretazione personale che si ritiene esatta e a cui si dà perciò il proprio assenso, ammettendo tuttavia la possibilità di ingannarsi nel giudicarla tale: fino a che non sia dimostrata la verità, tutte le opossono essere ugualmente vere o false; o. valida, probabile, assurda; l’o. dei più, della maggioranza; o. radicata, inveterata; è ormai o. invalsa, prevalente, comune, generale, unanime, universale; formarsi un’o. propria; dire, esprimere la propria o.; io la penso così, ma, ripeto, questa è solo una mia o. (o una semplice o., nulla più che un’o.); secondo la mia modesta o., oppure la mia debole o. sarebbe che …, modi di presentare modestamente il proprio giudizio, di esprimere un parere o di affacciare una proposta; non mi sono fatto ancora un’o. in merito; sono convinto della mia o.; mi confermo sempre più nella mia o.; nonostante la smentita dei fatti, rimango della mia o.; anche questa è un’o., frase (spesso iron.) ecc. ecc.

45775L’opinione non è verità assoluta, ma il riflesso di un pensiero formulato in base all’esperienza, alla cultura, alle convinzioni personali della persona che la esprime. Su Facebook, invece, la Home non è un insieme di valutazioni soggettive ma di sentenze. Di idee personali spacciate per verità cosmiche, il tutto condito da toni di rabbia, critica, polemica.

Poche frasi del tipo “A me piace il bianco, lo trovo uno splendido colore”. Al contrario sono numerose quelle così composte:“Il bianco è l’unico colore possibile e tutti quelli che non lo amano non capiscono un emerito…c..o”

Si dà peso alla propria opinione sminuendo tutte quelle degli altri a suon di insulti. Apriti cielo quando poi si scatena la discussione nei commenti, il minestrone di insulti è presto servito.

Spesso mi capita di aprire Facebook e di chiuderlo subito dopo in preda al fastidio. Quasi in maniera inconscia avverto nervosismo, voglia di litigare, sensazioni negative.

La colpa è di Zuckerberg? Dei social? No, per quanto mi riguarda, la colpa è della voglia di farsi notare a suon di polemica e commenti taglienti, mascherati sotto una patina di ironia e acume che non è altro che cattiveria latente. In troppi su quella famosa riga bianca, riversano parole che, faccia a faccia, non direbbero mai alle persone. Lo schermo è uno scudo forte e ci si dimentica che oltre, dall’altra parte, c’è una persona che potrebbe avere dei forti scompensi nel leggere determinate cose e andare persino in Questura.

Sì, in pochi pensano a questo tipo di risvolto. Insultano, diffamano, bullizzano, come se fossero scevri da qualsiasi conseguenza legale. Non è così, le azioni hanno sempre delle conseguenze, compreso il nostro comportamento “social”. Quanti di noi pensano a questo aspetto? Quanti si soffermavano a valutare il dolore o la sofferenza causata da una frase scritta in un commento o in uno stato? Uso il plurale, perché, senza dubbio, nel corso degli anni, io stessa avrò commesso errori di questo tipo. Di certo avrò esagerato in qualche contesto, specialmente quando dall’altra parte ho incontrato provocatori e bassa educazione., perché questo gioco è un circolo vizioso, nessuno è immune, finiamo fagocitati, quando meno ce lo aspettiamo, da questo clima di rabbia, aggressività, cinismo e qualche volte invidia.

Scommetto che in tanti, leggendo queste parole, diranno che la cura per i più deboli di cuore, per gli animi sensibili, è quella di non leggere gli stati incriminati, perché la bacheca personale è libera e Facebook ha tutta una serie di impostazioni in grado di nascondere agli occhi parole a noi poco gradite.

Sì, in effetti, e senza alcun dubbio, è la via più facile. “Occhio non vede cuore non duole”, ma il punto è che sarebbe invece il caso di comprendere e pensare che non si tratta di un gioco. Facebook non è una realtà virtuale. Può piacere o meno ma è un’estensione della realtà in cui viviamo. Non ci sono persone in carne ed ossa, ma è come se vi fossero. Dubito fortemente che la maggior parte di noi faccia determinate sparate alla “Sgarbi”, passatemi il termine, quando si trova sul posto di lavoro, a scuola, in famiglia e tra amici. Di persona scatta un filtro automatico che ci impone di pensare, calibrare il tono e mediare tra noi e l’altro.

Per il semplice motivo che dal vivo la conseguenza di una parola sbagliata può essere spiacevole e causare dolore a noi e a chi l’ha ascoltata.

Perché mai non dovrebbe essere così anche su Facebook? Come mai decidiamo che la nostra bacheca è una zona franca libera da qualsiasi regola di educazione, civiltà e buon senso? Da dove è scaturito questo assurdo delirio di onnipotenza che genera mostri e trasmette un disagio che si somma ai problemi quotidiani che ognuno di noi vive oltre quel benedetto schermo?

Non ho una risposta a questa domanda, non ho le competenze per spiegare i meccanismi dietro a questo tipo di comportamento.

Posso dire, però, che preferirei vedere la Home intasata di foto, idee, entusiasmo. Di discussioni pacate, anche estreme, perché no, ma senza rabbia e violenza verbale. Si deve parlare solo di sentimenti positivi? No, certo che no, la vita non è solo gioia. Possiamo parlare di tutto, l’importante è ricordare che siamo in pubblico, non in privato. Mi piacerebbe portare le mie teorie a chi la pensa diversamente da me, e magari riuscire persino a cambiare idea su determinate questioni.

Non voglio un’esplosione mielosa di fiori e cuoricini, ma un confronto vero, scevro da giudizi precotti e livore. Vorrei non dover impormi di passare oltre per non arrabbiarmi.

Il mondo è bello perché è vario, ognuno di noi avrà sempre un approccio diverso, e questo post è solo una riflessione maturata dopo diversi litigi in cui sono stata coinvolta in prima persona e altri a cui ho solo assistito. Situazioni che mi hanno provocato disagio, ansia e attacchi di panico.

Facebook ci permette di raccontare la nostra storia e il web è un posto dove ogni download (7)cosa è quasi eterna. Siamo sicuri di voler affidare al mondo una storia che racconta di rabbia e polemica? Sicuri, sicuri che non abbiamo niente di meglio da offrire ai nostri simili?

Io credo che ci sia molto altro da raccontare e condividere… basta solo pensare che i tasti del PC sono un’opportunità, non una discarica.

 

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