Vita da Self – Qual è il tuo lavoro? Sì, ma intendo seriamente.

– Quindi tutto bene a casa?

– Si grazie, tutto ok

– E il lavoro? Dov’è che lavori, già?

– Scrivo e mi occupo di editing, lavoro da casa.

-Ah, bello! Sì, ma intendo seriamente, qual è il lavoro vero?

– Cosa intendi per lavoro vero?

– Eh, insomma scrivere è una passione, mica puoi consideralo un lavoro? Non è che ti alzi e fai otto ore come tutti..

 – No,infatti passo la giornata a dormire e magicamente sul pc compaiono romanzi da 400 pagine e i testi dei clienti si revisionano e si impaginano da soli. Non devo fare nulla, mentre vado in giro a fare shopping un folletto lavora al posto mio…

SelfEsempio di un breve, triste e odioso dialogo che ho affrontato numerose volte nella vita e che, parlando con altre persone occupate nell’ambito artistico, è molto più frequente di quello che si possa pensare.

C’è questa strana convinzione per cui se non si svolge un lavoro fuori di casa, con orari prestabiliti, cartellini da timbrare ecc. ecc. in automatico la gente pensa che tu, dalla mattina alla sera, passi il tuo tempo tra divano, serie tv e cazzeggio vario e che solo nei ritagli di tempo ti metti a fare due robe al pc per guadagnare qualche spicciolo.

Una convezione che si basa su un altro terribile giudizio: se lavori da casa, se ti accontenti di un lavoro artistico, è perché non hai trovato niente di meglio da fare.  Sei un disoccupato che s’illude di inseguire un sogno.

E invece la realtà di chi sceglie questa strada è un’altra:

Si tratta di diventare imprenditori di se stessi e di fare del proprio talento un lavoro e lo si fa sviluppando e incrementando, giorno dopo giorno, aspirazioni e capacità.

Spesso, questi dialoghi possono creare incertezza in chi li ascolta. La fiducia in se stessi è fallibile, capita di avere una giornata no, di farsi venire mille dubbi e di certo non aiuta trovarsi davanti qualcuno con il passatempo di denigrare il lavoro altrui.

In troppi sono convinti che i lavori artistici siano frutto di un colpo di fortuna. Che per produrre un oggetto a mano, realizzare uno spettacolo, scrivere un libro l’impegno richiesto sia minimo. Il tutto giustificato con un’altra frase terribile:

ma non può essere un lavoro, ti piace!

Sì, mi piace. Non lo cambierei con nulla al mondo ma non è che al mattino mi alzo e tiro fuori dal cilindro un romanzo finito. Ci vuole costanza. Autodisciplina. Capacità di organizzare promozione e uscite. Di sapere quante ore di scrittura sono necessarie per rispettare le date di uscita e quante di editing per consegnare il lavoro al cliente ecc.

E mentre tu ti alzi prestissimo la mattina per riuscire a fare tutto e avere tempo di seguire la famiglia , ecco che arrivo l’ennesimo genio con un’altra tipica frase:

“E beata te, che ti puoi alzare quando vuoi al mattino.

Non so bene perché abbia deciso di buttare giù questo articolo, forse perché per troppo tempo mi sono tenuta tra i denti le risposte taglienti da rifilare a questi personaggi indelicati o forse per consigliare a chiunque si trovi in questa situazione di non arrabbiarsi e andare semplicemente oltre, consapevole della propria strada da seguire.

O ancora perché quest’anno ho deciso di parlare in maniera più ampia del mondo del self, e di cosa significhi davvero essere un autore indipendente. Una scelta che non è scevra di pregiudizi negativi. Pregiudizi che vanno estirpati alla base. Che la scrittura sia parte del lavoro principale o  una seconda occupazione che si svolge la sera, alla base della scelta ci devono essere la responsabilità e l’accettazione che sarà un percorso duro, da non sottovalutare mai.

E non permettete di farvi sottovalutare.

Per anni, lo ammetto, ogni volta che mi trovavo davanti a queste frasi restavo in silenzio. Quasi vergognandomi di quel che facevo. Colpa di troppi preconcetti con cui la società ci cresce. Nessuno ci abitua a coltivare aspirazioni e a esser fieri di lavorare per realizzare i propri sogni. Chi lo fa è considerato sbagliato, folle, irresponsabile. Questo mio atteggiamento di mite rassegnazione, mi ha causato negli anni diversi problemi di autostima che sono andati a cozzare con la parte più tignosa che, nonostante tutto, oggi mi ha portato ad avere risultati di cui sono fiera. Una lotta interiore che tuttavia mi ha logorato e che, da qualche tempo, ho messo a tacere, iniziando un lungo percorso di crescita personale.

E così da, qualche tempo, invece di balbettare frasi sconnesse alla domanda “che lavoro fai?” Rispondo con chiarezza, fiera di ciò che ho creato e di ciò che sono.

Il self – Publishing è una scelta ardua, piena di difficoltà, al contrario di quel che la maggior parte delle persone pensa (e di questo parleremo ampiamente in questa rubrica). E di certo non abbiamo bisogno di farci il fegato amaro solo per le frasi infelici di qualche poveretto dalla mente limitata.

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