Tra le pagine della storia – Un eroe dimenticato

Avventuroso, nobile e impavido, il personaggio di cui vi parlo oggi nasce nel 1762 da una schiava di Haiti e da un nobile generale dell’esercito francese, per buona parte della sua adolescenza vive anch’egli come schiavo, fino a quando il padre non lo riscatta e lo porta con sé in Francia. Qui riceve l’educazione che spetta al primogenito del marchese Alexandre-Antoine Davy de la Pailleterie, ma ben presto si lascerà condurre dall’avventura, cambierà il nome di famiglia e si arruolerà nelle file dell’esercito francese.
La storia lo conoscerà, quindi, con un cognome che è la contrazione del nomignolo con cui era conosciuta la madre schiava. la femme du mas , in italiano, “La donna della masseria”.
Di chi stiamo parlando?
Di Thomas-Alexandre Dumas, il padre dell’amato romanziere.

UN EROE DIMENTICATO DALLA STORIA –Il ricordo delle persone è un tema centrale nei romanzi di Dumas. Il peccato più grave che si possa commettere è dimenticare. I cattivi del conte di Montecristo non uccidono l’eroe, Edmond Dantès, ma lo gettano in una segreta dove viene dimenticato da tutti. Gli eroi dei romanzi di Dumas non dimenticano niente e nessuno.” (da Tom Reiss – Il diario segreto del Conte di Montecristo)
Nel libro che Tom Reiss dedica al padre del romanziere, si fa notare la grandissima influenza che la figura del generale Thomas-Alexandre Dumas ha avuto sui lavori del figlio. Figlio che, nelle prime pagine delle Sue Memorie, cerca di ricostruirne il ricordo, attraverso i racconti della madre e di chi lo aveva conosciuto, infatti Thomas morirà quando Alexandre era solo un bambino di appena quattro anni.
Per tutta la vita, Alexandre si confronterà con l’ombra di un padre combattente, che si è distinto più volte in battaglia. Un eroe in prima fila durante la Rivoluzione Francese, ufficiale al fianco di Napoleone Bonaparte. E fu proprio Bonaparte la causa delle sventure del generale Dumas. Napoleone sviluppò quasi una sorta d’invidia per il sottoposto, non ne sopportava l’orgoglio, tanto che quando fu fatto prigioniero nel Regno delle due Sicilie, il generale Dumas non venne mai reclamato dalla Francia. Nessuno negoziò il suo rilascio e rimase per due anni in una cella buia, con scarso cibo, in completo isolamento e con diversi tentativi di avvelenamento da arsenico sulle spalle. Di ritorno in patria, venne del tutto dimenticato e il governo francese non gli diede nemmeno una pensione.

IN PRIMA LINEAMio caro Dumas, mi fate tremare ogni volta che vi vedo montare a cavallo e partire al galoppo alla testa dei vostri dragoni. Mi dico sempre: “Impossibile che ritorni tutto d’un pezzo, se continua così”. Cosa ne sarà di me se vi fate ammazzare?”
Diceva uno degli ufficiali superiori di Dumas. Il generale infatti non si risparmiava. Pur avendo fatto carriera, continuava a guidare i propri sottoposti in battaglia, dove si lanciava per primo sulle file nemiche. Fu lui a conquistare il Mocenisio, la chiave delle Alpi, guidando i soldati lungo dirupi ghiacciati e inaccessibili, e cogliendo di sorpresa le invincibili armate austriache.
Non c’era da stupirsi che fosse acclamato negli ambienti dell’elitè francese, ed era una cosa alquanto straordinaria poiché si trattava di un mulatto nato da una schiava e celebrato dalle stesse persone che si arricchivano con il commercio degli schiavi.
Ma come è stato possibile per il figlio di Casette, la femme du mas di Haiti, diventare una figura di tale spicco in Francia?

henriLA REALTA’ SUPERA LA FANTASIA – Un nobile sconsiderato e avventuriero che fugge ad Haiti, si innamora di una schiava nera con cui concepisce diversi figli. Prole che, tuttavia egli stesso rivende per ottenere i soldi e tornare in Francia, salvo poi andare a riscattare il primogenito e concedergli un’educazione di tutto rispetto a Parigi.
Sembra proprio una trama di Dumas, non è vero?
Invece si tratta di ciò che è davvero successo al padre.
Non si è mai ben capito quale sia stata la causa che tuttavia condusse Thomas Alexandre a lasciare la vita agiata che ottenne dopo il riscatto come schiavo per arruolarsi. Forse un contrasto con il genitore, in ogni caso divenne dapprima cavaliere della Regina e dopo, appena scoppiata la rivoluzione, ne seppe cogliere tutte le opportunità e iniziò una rapida ascesa fino ad ottenere il grado di generale. Un successo fuori dal comune per un uomo dalla pelle nera.
A trentuno anni, Thomas era considerato come uno dei migliori soldati al mondo anche da chi disprezzava apertamente i neri.

RIVOLUZIONARIO SENZA ESSERE CARNEFICE – Nel periodo crudele e oscuro che seguì la Rivoluzione Francese, il Terrore, Dumas riuscì a rimanere fedele agli ideali di fratellanza e uguaglianza ispirati dalla rivoluzione e che, di certo, visto la sua particolare condizione gli stavano molto a cuore, ma non si lasciò coinvolgere dal clima estremista e sanguinario.
Il suo straordinario senso di umanità rischiò di metterlo in pericolo più di una volta. Non dimenticò mai di stare dalla parte delle vittime, non importava a quale classe sociale appartenessero: se venivano prese di mira dall’euforia crudele dei compagni rivoluzionari, lui metteva la sua spada al servizio di chi veniva minacciato ingiustamente.
Quando venne inviato in Vadea, nell’Ovest della Francia, per reprimere l’insurrezione realista, il generale Dumas rischiò tutto, vita e carriera, pur di contrastare il bagno di sangue.
“Uno dei rari generali audacemente pronti a dare la vita sul campo di battaglia, ma determinati a spezzare la propria spada piuttosto che sussumere il ruolo di carnefice.” Così scriverà di lui un’esponente della fazione monarchica.

images (1)LO SCONTRO CON NAPOLEONE– Dumas, come abbiamo detto, aveva dei grandi e fortissimi ideali. Combatteva per la Francia, per i diritti dei più deboli, per espandere al mondo i buoni principi della Rivoluzione.
Non c’è quindi da stupirsi dell’inevitabile scontro che avvenne con Napoleone Bonaparte, una volta che quest’ultimo rese palesi le sue mire da indiscusso imperatore.
Lo screzio che segnò in maniera incisiva il destino del generale Thomas Alexandre Dumas, avvenne durante la campagna d’Egitto. Non era l’unico ufficiale a ritenere inutile e dannosa quella colonizzazione nell’aspro territorio del Nilo. I nemici erano ben decisi a non lasciarsi conquistare e Dumas riportò le sue recriminazioni a Bonaparte più di una volta. Lo scontro tra i due rimase ben impresso nella mente dell’imperatore poiché, a Sant’Elena, dettò un resoconto di quell’avvenimento da inserire nelle proprie memorie.
“Avete predicato sedizione. Badate, Dumas, se facessi fino in fondo il mio dovere, il vostro metro e ottantacinque non vi salverebbe dalla fucilazione entro due ore.” Pare che Bonaparte si rivolse così a Dumas. Troppe le ricostruzioni di quel duro scontro per avere la sicurezza di come sia andata, di certo sappiamo che il generale accusò Bonaparte di tenere molto più a se stesso che alla Francia.
Un affronto che non venne mai dimenticato da Napoleone.

LA PRIGIONIA – 7 marzo 1799. Il Generale Dumas si trovava a bordo del veliero Belle Maltaise. L’imbarcazione era sfuggita alla flotta inglese, ma era mal ridotta, imbarcava acqua e la cosa peggiorò quando furono investiti da una tempesta.
Dopo varie traversie per salvarsi la vita, la Belle Maltaise finì con l’attraccare nel porto di Taranto. L’imbarcazione entrò così nel regno di Napoli. Un luogo sconvolto da una lotta sanguinaria tra i rivoluzionari italiani e francesi, e l’esercito della Santa Fede del Cardinale Ruffo, che aveva lo scopo di reprimere nel sangue gli ideali repubblicani e riportare ben saldo il potere nelle mani della Monarchia di Ferdinando e Carolina.
Dumas venne quindi imprigionato come importante ostaggio politico, insieme ad altri personaggi di spicco della Francia. Tra questi, anche Deodato Dolemieu, accademico e studioso , che finì per passare due anni di assoluta segregazione a Messina, dove, per non impazzire, passò il tempo a scrivere le sue teorie con il nerofumo su tutto quello che trovava.
Un prigioniero che quindi subì lo stesso trattamento dell’eroico generale.
Più tardi, il figlio di quell’illustre soldato, unirà le due vicende, dando vita all’abate Faria, prezioso compagno di Dantès.
Ma torniamo al 1799. Dumas fu quindi imprigionato e dimenticato. I tentativi di negoziazione del Cardinale Ruffo non vennero prese in considerazione dal governo francese e Thomas passò il suo tempo isolato, senza sapere nulla del suo destino, nè quando sarebbe stato infine libero. Subì anche diversi tentativi di avvelenamento da parte del medico, ma alla fine resistette, nonostante tutte le privazioni fisiche e morali, fu liberato e ritornò in Francia.

images (2).jpgIL RICORDO DEL FIGLIO. L’ISPIRAZIONE PER ROMANZI INDIMENTICABILI. Thomas Alexandre Dumas morì nel 1805, a Villers Cotterets, circondato dalla la moglie che amava alla follia e i figli, l’ultimo aveva solo quattro anni, e sarebbe diventato uno degli scrittori più amati della storia.
Il generale Dumas non venne mai insignito della Legione D’Onore, toccata invece ad altri soldati e ufficiali, e durante la seconda guerra mondiale, la sua statua venne distrutta e mai più ricostruita, al contrario di altre.
Ma il ricordo di questa straordinaria figura ha permeato personaggi letterari che, ancora oggi, vivono indimenticabili nell’immaginario collettivo di tutti. Impossibile non notare le similitudini con Edmond Dantès, con gli impavidi e integerrimi moschettieri, con Georges, mulatto e difensore della giustizia.
Alexandre Dumas, nella sua nota al “conte di Montecristo” cita come fonte d’ispirazione un noto fatto di cronaca dell’epoca. Un calzolaio parigino, alla vigilia del suo matrimonio, viene accusato da conoscenti e amici, di essere un agente inglese, viene quindi incarcerato nel forte di Fenestrelle, da cui uscirà, dopo la Restaurazione, erede di una fortuna donatagli da un prelato con cui aveva avuto amichevoli relazioni in prigione.
Tuttavia lo scrittore aggiunge alla nota questa frase. “E ora ciascuno è libero di trovare altre fonti oltre a quella che vi ho fornito.” Forse sperava che qualcuno trovasse le similitudini tra il suo personaggio più formidabile e il padre?
Dumas scrittore non farà mai mistero dell’infinito amore che provava per il genitore con cui passò pochissimo tempo. Nelle sue memorie spiega che lo ha sempre sentito accanto, che sapeva di essere stato amato. Ne elogia le qualità di soldato, di marito e di padre.
Da notare che Thomas Alexandre Dumas pur essendo il figlio diretto di una schiava era stato rispettato dalla società, tanto da poter scalare i vertici dell’esercito. Il figlio, al contrario, nato dopo la rivoluzione e in un periodo in cui si iniziava a mettere in discussione la schiavitù, fu sempre vittima di scherno e di episodi di razzismo. Veniva preso in giro dalla stampa. Balzac si riferiva a lui con frasi del tenero di: “quel negro”, e dopo i grandi successi letterari, in troppi tentarono di minarne la popolarità, schernendolo per la sua origine africana.
Dumas non badò mai alla satira nei suoi confronti, quel che lo riempiva di rabbia e indignazione, era il fatto che tutti avessero dimenticato il padre, che pure si era donato alla nazione senza risparmiarsi.

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LA LETTURA DA NON PERDERE – Se volete approfondire di più questa straordinaria figura, il libro da leggere è “Il diario segreto del Conte di Montecristo” di Tom Reiss, vincitore del premio Pulitzer, edito da Newton Compton.
Un saggio avvincente che racconta in maniera approfondita e allo stesso tempo accattivante, la storia di un uomo formidabile, un vero eroe romantico in carne ed ossa. Una lettura che rende onore a un soldato dimenticato e che aiuta a conoscere ancora meglio le opere di uno straordinario scrittore come Alexandre Dumas.

 

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Alla scoperta di Alexandre Dumas – Il Visconte di Bragelonne – Il ciclo dei moschettieri

Eccoci arrivati alla conclusione del ciclo dei moschettieri. L’ultimo intenso, epico capitolo di una storia di amicizia e intrigo indimenticabile. Il Visconte di Bragelonne è talmente intenso che risulta davvero difficile parlarne. Un romanzo così denso di personaggi e di storie da risultare certe volte persino esagerato, deliziosamente barocco, epico nei suoi melodrammi e nell’addio che racchiude.

Ma andiamo con ordine. Sono passati all’incirca dodici anni dall’ultimo episodio, Vent’anni dopo. Ancora una volta ritroviamo un D’Artagnan frustrato per la mancanza del titolo che rincorre da troppo: quello di capitano dei moschettieri. Accantonati i cardinali e le reggenti, si ritrova alle prese con un giovane re, Luigi XIV, ancora acerbo, già circondato da quel barlume di magnificenza destinato a renderlo grande, ma che ancora non riesce ad apprezzare a pieno il saggio e coriaceo ufficiale guascone.

Così, il sempre impavido d’Artagnan, dopo la visita del disperato Carlo II, decide di lasciare la Francia per rincorre un’ennesima avventura e riparte per l’Inghilterra nel tentativo di riuscire là dove lui e i suoi amici avevano fallito anni prima.

Dopo un episodio in cui ancora una volta viene esaltata tutta la passione di questo indomito spadaccino, dopo dialoghi esilaranti su casse in cui vengono rinchiusi generali inglesi, e dopo l’ennesimo inaspettato incontro con un Athos sempre pronto a servire le corone cadute, si ritorna in Francia dove, finalmente, re Luigi investirà d’Artagnan del titolo di capitano.

In Francia gli alberi degli intrighi sono in fiore: Dumas ricama uno scenario ricco di trame e sotto trame, di ingarbugliate passioni e cupe incomprensioni che avvolgeranno il lettore in un vortice senza tregua.

La prima trama che destinata a rapirci è senz’altro la storia di Raoul, visconte di Bragelonne, per l’appunto. Il figlio di Athos dimostra di avere gli stessi principi nobili e lo stesso animo cristallino del padre. Innamorato da sempre di Louise de La Vallière, è legato a lei da un amore così puro da sembrare quasi angelico, etereo. Louise è tanto giovane, innocente e inesperta, che sembra quasi rincorre solo l’idea di un amore ideale, piuttosto che una vera passione terrena.

La devozione non è che una virtù, l’amore è una passione.

Aramis e Porthos sembrano invischiati in un bell’intrigo politico. Stavolta sono coinvolti negli affari del ministro delle finanze francesi, Fouquet. Un uomo ricco e potente, figlio dell’epoca di Mazzarino che non sembra godere del favore di Luigi, che al posto del vecchio ministro vorrebbe piazzare l’attento e meticoloso Colbert. Al sovrano non resta quindi che mettergli alle costole il miglior uomo che ha disposizione: D’Artagnan. Ancora una volta i vecchi amici si trovano divisi, ma come sempre riusciranno a rimanere fedeli alle loro battaglie e al legame che li unisce.

“Sì è un uomo che amo e che ammiro: lo amo perché è buono, grande, leale; lo ammiro perché rappresenta per me il punto culminante della potenza umana; ma, pur amandolo e ammirandolo, lo temo e lo prevengo.”

E poi abbiamo Luigi.

Il giovane Re Sole inizia a splendere sulla sua corte ricca di personaggi. I figli della generazione de “I tre moschettieri” si prendono la scena.

Enrichetta, moglie del fratello di Luigi, svetta per la sua civetteria e la bellezza capace di blandire anche un re, per lei si battono giovani impavidi e carichi di passione.

Gli uomini, che sono sciocchi in molte cose, lo sono soprattutto in questa: che confondono sotto la parola “civetteria” la fierezza d’una donna e la sua variabilità. Io sono fiera, vale a dire imprendibile; tratto male i pretendenti, ma senza alcuna pretesa sotterranea di trattenerli. Gli uomini dicono che sono civetta, perché hanno l’amor proprio di credere che li desidero.

E infine abbiamo la tormentata storia di Louise de La Vallière,  il cui arrivo a corte si rivelerà fatale per il suo destino: il Sole l’abbaglierà senza scampo. Ciò che credeva amore si rivelerà qualcosa di debole e verrà invece coinvolta in una storia di passione che si stenta a definire peccaminosa o sporca, nonostante le conseguenze che provocherà.

Ma dietro tutte queste trame d’amore e politica si muove qualcosa di ancor più pericoloso.

Aramis si lancerà nel suo intrigo più ambizioso di tutti e scoprirà un segreto in grado di cambiare un regno.

La famosa Maschera di Ferro emergerà potente dalle viscere della Bastiglia, spezzerà anime e creerà dubbi…

Dumas realizza un intreccio molto diverso da quello raccontato nel film con il famoso Leonardo di Caprio. Non c’è un re cattivo e tiranno da sostituire con un gemello buono. C’è solo un sovrano diviso tra giovinezza e potere, tra impeto e saggezza, che commetterà errori ma che sarà in grado di mostrare un’anima sfaccettata, intensa e bruciante proprio come il Sole.

I motivi che portano a volerlo sostituire con il gemello nascosto, sono molto più complicati di una semplice contrapposizione tra male e bene, e sono forse anche più subdoli.

Così come è molto più complicata la tresca amorosa che coinvolge Luigi, Louise e Raoul. Nessun tiranno che ruba l’amata al cavaliere senza macchia, solo un concatenarsi

di eventi e incomprensioni di gioventù che rendono il tutto così squisitamente vero e profondo da segnare il cuore.

“La felicità della donna che si ama, quando questa felicità viene da un rivale, è una tortura per un geloso. Ma per un geloso com’era Raoul, per questo cuore che per la prima volta si impregnava di fiele, la felicità di Luisa era una morte ignominiosa, la morte del corpo e dell’anima.”

I drammi si susseguono ai duelli, alle scene comiche, agli incontri con personaggi come Molière. La vivacità di Parigi si confonde con l’eleganza delle feste di Fontainebleau, e tutto è mischiato in maniera sapiente e preziosa, appassionante, come solo Dumas sa fare.

Su tutto spicca il rapporto tra D’Artagnan e il Re sole. Il capitano dei Moschettieri ha trovato finalmente un sovrano degno della sua altezza e Luigi, dal canto suo, più di una volta verrà scorticato dalla corazza dura, impavida e incosciente del vecchio guascone. Ammirazione e lealtà si alternano a duri scontri, feroci litigate che sfiorano la lesa maestà più di una volta, che danno vita a uno dei dialoghi più intensi e carichi di sentimenti di tutto il romanzo.

Il punto estremo dell’incontro tra queste due anime fiere:

“Volete degli amici o dei servi? Dei soldati o dei ballerini che fanno la riverenza? Dei grandi uomini o dei pulcinella? Volete che vi si serva o che vi s’inchini? Che vi si ami o che si abbia paura di voi? Se preferite la bassezza, l’intrigo, la codardia, ditelo, Sire; noi ce n’andremo, noi altri che siamo gli unici rimasti, dirò di meglio, i soli esempi del valore d’un tempo [….]
Affrettatevi e mandatemi alla Bastiglia con il mio amico; perché, se non avete saputo ascoltare il conte di La Fère, cioè la più nobile e la più dolce voce dell’onore; se non sapete ascoltare d’Artagnan, cioè la più franca e la più rude voce della sincerità, voi siete un cattivo Re e, domani, sarete un povero Re. Ora, i cattivi re si abboriscono; i poveri Re si scacciano. Ecco quello che vi dovevo dire Sire, ho avuto torto a spingermi a tanto.”

 

 

 

 

Il visconte di Bragelonneè una lunga cavalcata verso un addio. Quasi un passaggio di testimone tra i moschettieri e tutti i nuovi personaggi che compaiono nella storia.

Un finale il cui melodramma non si limiterà a strapparvi una lacrima, ma vi chiederà il cuore come ultimo tributo a questi quattro impavidi e indimenticabili personaggi.

Ognuno di loro quattro avrà un destino consono al loro carattere, e tutti loro saranno eternamente ricordati dalla frase finale del ciclo.

Come ho detto all’inizio, rendere omaggio a quest’opera è impossibile in così poco spazio. Troppe gli eventi e i sentimenti, ma vi assicuro che perdervi fra queste pagine vi donerà un’emozione intensa, indimenticabile.

Una penna quella di Dumas in grado di strapparvi l’anima con semplici dialoghi, frasi quasi innocue che pure racchiudono un pathos senza eguali.

Alla scoperta di Alexandre Dumas – Vent’anni dopo – Il ciclo dei moschettieri


In questo appuntamento scopriamo il secondo romanzo del ciclo dei moschettieri: “Vent’anni dopo”,  pubblicato sulla rivista “Le Siècle” nel 1845.

Il titolo esaustivo dà subito l’idea del lasso di tempo intercorso tra “I tre moschettieri” e questa nuova avventura.  
I nostri eroi, infatti, sono maturati, D’ Artagnan si è lasciato alle spalle l’impavida giovinezza ed è diventato un maturo ufficiale dei moschettieri. Un uomo solido che non ha perso, di certo, la sua indole guascona e nemmeno le sue ambizioni. Il titolo di capitano non è ancora arrivato  e la cosa lo impensierisce non poco. 
Il romanzi, infatti, inizia con il moschiettere seduto nell’atrio, a far da guardia al cardinale Mazzarino, proprio impegnato sulle valutazioni della propria carriera militare.

Gli scenari politici della Francia sono mutati in maniera radicale,  Luigi XIII è morto, e la stessa sorte è toccata al grande e controverso Cardinale Richelieu, che ha lasciato il posto a un nuovo prelato italiano, Mazzarino,  abile affarista e meschino contabile. Il primo ministro italiano è, difatti, odiato dalla maggior parte dei francesi. Sul trono siede un re bambino: Luigi XIV e sua madre, la regina Anna d’Austria, regna su una situazione complicata.
Da poco, infatti è scoppiata la Fronda, un movimento di ribellione sobillato da diversi nobili di spicco, un atto contro la politica del cardinale Mazzarino e contro la reggente.

«E quei quattro uomini erano uniti, voi dite?»

«Come se fossero stati uno solo, come se i quattro cuori avessero battuto in un solo petto… e perciò, che cosa non fecero quei quattro!»




E sarà proprio per combattere la Fronda che Mazzarino chiederà a D’Artagnan, di mettersi sulle tracce degli altri tre moschettieri, nella speranza che questi uomini coraggiosi, le cui gesta ormai sono leggenda, possano aiutarlo a trarsi fuori d’impiccio.
Lord Winter cominciava a temere che Aramis non venisse. «Pazienza,» disse Athos, che teneva gli occhi fissi su rue de bac «Pazienza! Ecco là un abate che prende a pugni un uomo e che saluta una donna; dev’essere Aramis!»


E D’artagnan parte, felice di poter incontrare i vecchi amici. Dumas, con la sua  inconfondibile ironia, ci porta così a scoprire il destino di Porthos, ormai Barone du Vallon, di Aramis, divenuto l’abate d’Herblay, e di Athos, ritrovato conte de La Fére, con un’insospettata sorpresa che lascia D’Artagnan a bocca aperta. Sorpresa che ha a che fare con la duchessa di Chevrouse e una notte in una chiesa…

«Un uomo solo c’era nel mondo che potesse trattenermi, e la fatalità mi mette d’avanti a quest’uomo!»     

                                 
Eppure, D’Artagnan, si ritroverà a fare i conti con un ostacolo imprevisto: difatti saranno proprio due suoi amici a diventare nemici nella guerra alla Fronda.
Un ostacolo che causerà a tutti e quattro i moschettieri dolore e preoccupazione e che, tuttavia, darà vita a una delle scene più toccanti dell’intera trilogia dei moschettieri, quella di Place Royale.


«Sì, l’ho detto e lo ripeto, i nostri destini sono irrevocabilmente legati, benché ora seguiamo vie diverse. rispetto la vostra opinione D’artagnan; rispetto la vostra convizione, Porthos; ma anche combattendo in campi opposti, restiamo amici. I ministri, i principi passeranno come un torrente, la guerra civile come una fiamma, ma noi resteremo.»

Ma non saranno solo i guai francesi a riunire i moschettieri, infatti Dumas ci porta oltre Manica, a osservare un altro fatto storico di primaria importanza: la caduta di Carlo I d’Inghilterra. Di nuovo divisi, i moschettieri giungono su suolo inglese a coppie e per motivi diversi ma il destino, ancora una volta, li unirà in un’impresa epica e disperata.

La passione di Dumas per i monarchi sconfitti, per le tragedie che colpiscono le teste coronate, lo porta  a creare un episodio denso di attese, d’intrighi. L’avventura inglese dei moschettieri ci spiega quanto siano legati l’un l’altro, quanto Athos veneri la nobiltà, intesa come il più alto dei principi, e soprattutto sarà l’occasione, per i quattro, per chiudere i conti con una storia oscura che, come un’ombra densa di rimorso e peccato, aleggia nei cuori dei quattro impavidi.

Come sempre, anche in questo capitolo, sono accompagnati dai loro fedeli e inseparabili valletti. Mosqueton, Grimoud e Bazin, hanno infatti seguito i loro “padroni”, mentre Planchet, ribelle frondista, ritrova D’Artagnan per puro caso e si unisce a lui nell’avventura.

Vent’anni dopo,forse, risulta meno fresco rispetto al precedente, meno denso ed epico del capitolo che lo segue, ma è un’avventura carica di avvenimenti, che attraversa la Francia in un periodo carico di agitazione, con la guerra civile che serpeggia tra le strade di Parigi e che avvelena i salotti del Governo. Trasmette un’immagine di precarietà che stride con la magnificenza del discusso Cardinale Richelieu, nemico dei moschettieri che, tuttavia, ne compiangono la  grande abilità politica. Mostra un’Inghilterra così severa nei suoi principi da strappare la corona dalla testa di un re.

Con la maestria a cui ci ha abituato, Dumas crea il solito sistema di scatole cinesi, è un continuo fiorire di storie minori che s’intrecciano alla maggiore.  Conosciamo  Francesco di Vendôme, figlio illegittimo di Enrico IV e ritroviamo l’affascinante Duchessa di Chevreuse.
Dumas, talvolta tragico, talvolta pungente, mostra la debolezza delle teste coronate, la pochezza di nobili che dimenticano in fretta i favori ricevuti, come nel caso della regina Anna d’Austria.

Ritroviamo vecchi nemici, come Rochefort, che tuttavia, nemici non lo sono più. Entriamo in punta di piedi a osservare la paura e la debolezza di un re bambino, ancora inconsapevole del destino di magnificenza racchiuso nel suo nome.

Soprattutto, Vent’anni dopo, è la celebrazione di un’amicizia che non conosce tempo, che passa sopra agli ostacoli, a opposte visioni della vita e del mondo. Un legame che si monda dal sangue con cui è stato sporcato, che rinasce più vivo e puro di prima, maturato sotto l’incedere di un tempo che non sbiadisce le gesta e il cuore di quattro uomini che paiono legati per l’eternità. Amici veri, uniti nella gloria, come nella disgrazia.
Amici che, ancora una volta, si separeranno prima di ritrovarsi per l’ultimo, indimenticabile capitolo della loro storia: Il visconte di Bragelonne.
«Mai. Mai, lo giuro dinanzi a Dio che ci vede e ci ascolta nella solennità di questa notte, mai la mia spada toccherà le vostre, mai il mio occhio avrà per voi uno sguardo d’ira, mai il mio cuore un palpito d’odio. Noi vivemmo insieme, insieme odiammo, insieme amammo; spargemmo e confondemmo insieme il nostro sangue, e forse, aggiungerei ancora, fra noi c’è un legame più potente di quello dell’amicizia: cioè il patto del delitto poiché tutti e quattro abbiamo condannato, giudicato, giustiziato una creatura umana che non avevamo probabilmente il diritto di togliere da questo mondo, per quanto, piuttosto che a questo mondo, sembrasse appartenere all’inferno. D’Artagnan, io vi ho sempre amato come un figlio; Porthos, per dieci anni dormimmo uno a fianco dell’altro, Aramis è vostro fratello come mio, giacché vi ha amati come io vi amo ancora, come vi amerò sempre. Che cosa può essere il Cardinale Mazzarino per noi, che sapemmo forzare la mano e il cuore di un uomo come Richelieu?
Che cos’è questo o quel principe per noi che consolidammo la corona sul capo a una regina?»

Alla scoperta di Alexandre Dumas – I tre moschettieri


E’ sempre difficile fare una recensione o parlare di un libro storico come “I re moschettieri”. Un romanzo che è entrato nel patrimonio comune di tutti. Da questa storia sono nate un’infinità di serie televisive e adattamenti cinematografici (purtroppo, per la maggior parte, si tratta di una storpiatura delle trama con americanate di dubbio gusto).
Insomma è davvero difficile non conoscere i nomi di D’Artagnan, Aramis, Athos e Porthos. Il merito di avermeli fatti incontrare è dell’ anime giapponese. Da lì il salto al romanzo per i bambini e poi ,dopo qualche anno a quello integrale, è stato breve.
Dire che mi sono innamorata dei personaggi è a dir poco riduttivo. Da questo romanzo nasce il mio amore per l’avventura e gli intrighi e probabilmente è stato complice nell’innescare la mia fantasia e indirizzarmi  verso la scrittura di romanzi.
Alexandre Dumas inizia a pubblicare , a puntate, “I tre moschettieri” nel 1844 sul giornale “Le siecle” ottenendo un largo successo che ancora continua nei secoli. Dumas prende spunto per la sua storia dal capitano dei Moschettieri realmente esistito Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan.
Ma che cos’ha di così speciale questa storia?
Difficile rispondere in maniera esaustiva. Prima fra tutti spicca l’amicizia. Il vero tema del romanzo. I quattro sono uniti da un profondo legame che sembra indissolubile. La vita e le vicende cercheranno più volte di spezzarlo (anche se questo è più evidente negli altri due romanzi) eppure l’amicizia resiste.
Abbiamo poi una buona dose di spensieratezza e comicità. Già dai primi capitoli diventa difficile non ridere. La sola presentazione di D’Artgnan in sella a un ronzino e disposto a duellare con chiunque lo guardi storto, strappa diverse risate, per non parlare poi del balteo di Porthos o del fazzoletto di Aramis
Abbiamo poi una forte caratterizzazione dei personaggi. D’Artagnan è un giovane spaccone,( guascone per essere precisi), con la faccia tosta e la spada veloce, ambizioso e sempre pronto a buttarsi nella mischia. Non fa della seduzione il suo argomento principale, ma non disdegna le avventure amorose che non gli mancheranno di certo.
Athos. Nobile e dall’animo tormentato, distrutto da un passato che lo costringe ad annegare i dispiaceri nell’alcol, è il padre della compagnia e prende sotto la sua protezione il giovane D’Artagnan.
Aramis, sciupafemmine per eccellenza, diviso fra la vita mondana da moschettiere e la vocazione dell’abate. Un duello interiore a tratti esilarante, con la vocazione che prende il sopravvento, guarda caso, ogni volta che si prospetta all’orizzonte una delusione d’amore.
Porthos è il gigante buono, gioviale e alla mano, arriva sempre per ultimo a capire i piani sottili degli altri tre, con un cuore grande tanto quanto la sua stazza.
Sul fronte dei cattivi troviamo il cardinale Richelieu sempre pronto a mettere in atto qualche piano per rinsaldare il suo potere. Un cattivo che tuttavia merita rispetto, malvagio sì, ma un avversario degno di tutti gli onori.
Milady de Winter. Ecco la donna fatale della trama. Seducente e pericolosa, vendicativa e implacabile, eppure nobile e carica di fascino. Si arriva ad odiarla, ma riesce difficile non ammirarla.
Sullo sfondo poi si muovono tanti altri personaggi, come Costance, la damigella in pericolo, Anna D’Austria, il capitano di Treville, Il re, Luigi XIII, Rochefort (meglio conosciuto come l’uomo di Meung), il duca di Buckingham.
Una menzione speciale meritano i quattro valletti dei moschettieri che vengono tagliati dalla maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche e che invece sono parte integrante della trama e che non abbandoneranno i loro padroni nemmeno negli altri due libri.
Ognuno di loro ha delle caratteristiche particolari. Planchet, valletto di D’artagnan è ambizioso e scaltro come lui, Grimaud quello di Athos, è costretto al mutismo dal suo padrone ma sa il fatto suo. Bazin non fa altro che ricordare ad Aramis che il suo destino è l’abbazia e Mousqueton cerca di esibire le stesse dote estetiche in fatti di vestiti di Porthos.
Un romanzo pieno di intrighi, tresche amorose e azione in cui la fa da padrone la spacconeria dei moschettieri, ma anche il loro senso di lealtà verso il regno e fra di loro. Momenti esilaranti che si alterneranno ad altri molto più tragici carichi di pathos.
Difficile non rimanere stregati da questo romanzo.