Tra le pagine della storia – Un eroe dimenticato

Avventuroso, nobile e impavido, il personaggio di cui vi parlo oggi nasce nel 1762 da una schiava di Haiti e da un nobile generale dell’esercito francese, per buona parte della sua adolescenza vive anch’egli come schiavo, fino a quando il padre non lo riscatta e lo porta con sé in Francia. Qui riceve l’educazione che spetta al primogenito del marchese Alexandre-Antoine Davy de la Pailleterie, ma ben presto si lascerà condurre dall’avventura, cambierà il nome di famiglia e si arruolerà nelle file dell’esercito francese.
La storia lo conoscerà, quindi, con un cognome che è la contrazione del nomignolo con cui era conosciuta la madre schiava. la femme du mas , in italiano, “La donna della masseria”.
Di chi stiamo parlando?
Di Thomas-Alexandre Dumas, il padre dell’amato romanziere.

UN EROE DIMENTICATO DALLA STORIA –Il ricordo delle persone è un tema centrale nei romanzi di Dumas. Il peccato più grave che si possa commettere è dimenticare. I cattivi del conte di Montecristo non uccidono l’eroe, Edmond Dantès, ma lo gettano in una segreta dove viene dimenticato da tutti. Gli eroi dei romanzi di Dumas non dimenticano niente e nessuno.” (da Tom Reiss – Il diario segreto del Conte di Montecristo)
Nel libro che Tom Reiss dedica al padre del romanziere, si fa notare la grandissima influenza che la figura del generale Thomas-Alexandre Dumas ha avuto sui lavori del figlio. Figlio che, nelle prime pagine delle Sue Memorie, cerca di ricostruirne il ricordo, attraverso i racconti della madre e di chi lo aveva conosciuto, infatti Thomas morirà quando Alexandre era solo un bambino di appena quattro anni.
Per tutta la vita, Alexandre si confronterà con l’ombra di un padre combattente, che si è distinto più volte in battaglia. Un eroe in prima fila durante la Rivoluzione Francese, ufficiale al fianco di Napoleone Bonaparte. E fu proprio Bonaparte la causa delle sventure del generale Dumas. Napoleone sviluppò quasi una sorta d’invidia per il sottoposto, non ne sopportava l’orgoglio, tanto che quando fu fatto prigioniero nel Regno delle due Sicilie, il generale Dumas non venne mai reclamato dalla Francia. Nessuno negoziò il suo rilascio e rimase per due anni in una cella buia, con scarso cibo, in completo isolamento e con diversi tentativi di avvelenamento da arsenico sulle spalle. Di ritorno in patria, venne del tutto dimenticato e il governo francese non gli diede nemmeno una pensione.

IN PRIMA LINEAMio caro Dumas, mi fate tremare ogni volta che vi vedo montare a cavallo e partire al galoppo alla testa dei vostri dragoni. Mi dico sempre: “Impossibile che ritorni tutto d’un pezzo, se continua così”. Cosa ne sarà di me se vi fate ammazzare?”
Diceva uno degli ufficiali superiori di Dumas. Il generale infatti non si risparmiava. Pur avendo fatto carriera, continuava a guidare i propri sottoposti in battaglia, dove si lanciava per primo sulle file nemiche. Fu lui a conquistare il Mocenisio, la chiave delle Alpi, guidando i soldati lungo dirupi ghiacciati e inaccessibili, e cogliendo di sorpresa le invincibili armate austriache.
Non c’era da stupirsi che fosse acclamato negli ambienti dell’elitè francese, ed era una cosa alquanto straordinaria poiché si trattava di un mulatto nato da una schiava e celebrato dalle stesse persone che si arricchivano con il commercio degli schiavi.
Ma come è stato possibile per il figlio di Casette, la femme du mas di Haiti, diventare una figura di tale spicco in Francia?

henriLA REALTA’ SUPERA LA FANTASIA – Un nobile sconsiderato e avventuriero che fugge ad Haiti, si innamora di una schiava nera con cui concepisce diversi figli. Prole che, tuttavia egli stesso rivende per ottenere i soldi e tornare in Francia, salvo poi andare a riscattare il primogenito e concedergli un’educazione di tutto rispetto a Parigi.
Sembra proprio una trama di Dumas, non è vero?
Invece si tratta di ciò che è davvero successo al padre.
Non si è mai ben capito quale sia stata la causa che tuttavia condusse Thomas Alexandre a lasciare la vita agiata che ottenne dopo il riscatto come schiavo per arruolarsi. Forse un contrasto con il genitore, in ogni caso divenne dapprima cavaliere della Regina e dopo, appena scoppiata la rivoluzione, ne seppe cogliere tutte le opportunità e iniziò una rapida ascesa fino ad ottenere il grado di generale. Un successo fuori dal comune per un uomo dalla pelle nera.
A trentuno anni, Thomas era considerato come uno dei migliori soldati al mondo anche da chi disprezzava apertamente i neri.

RIVOLUZIONARIO SENZA ESSERE CARNEFICE – Nel periodo crudele e oscuro che seguì la Rivoluzione Francese, il Terrore, Dumas riuscì a rimanere fedele agli ideali di fratellanza e uguaglianza ispirati dalla rivoluzione e che, di certo, visto la sua particolare condizione gli stavano molto a cuore, ma non si lasciò coinvolgere dal clima estremista e sanguinario.
Il suo straordinario senso di umanità rischiò di metterlo in pericolo più di una volta. Non dimenticò mai di stare dalla parte delle vittime, non importava a quale classe sociale appartenessero: se venivano prese di mira dall’euforia crudele dei compagni rivoluzionari, lui metteva la sua spada al servizio di chi veniva minacciato ingiustamente.
Quando venne inviato in Vadea, nell’Ovest della Francia, per reprimere l’insurrezione realista, il generale Dumas rischiò tutto, vita e carriera, pur di contrastare il bagno di sangue.
“Uno dei rari generali audacemente pronti a dare la vita sul campo di battaglia, ma determinati a spezzare la propria spada piuttosto che sussumere il ruolo di carnefice.” Così scriverà di lui un’esponente della fazione monarchica.

images (1)LO SCONTRO CON NAPOLEONE– Dumas, come abbiamo detto, aveva dei grandi e fortissimi ideali. Combatteva per la Francia, per i diritti dei più deboli, per espandere al mondo i buoni principi della Rivoluzione.
Non c’è quindi da stupirsi dell’inevitabile scontro che avvenne con Napoleone Bonaparte, una volta che quest’ultimo rese palesi le sue mire da indiscusso imperatore.
Lo screzio che segnò in maniera incisiva il destino del generale Thomas Alexandre Dumas, avvenne durante la campagna d’Egitto. Non era l’unico ufficiale a ritenere inutile e dannosa quella colonizzazione nell’aspro territorio del Nilo. I nemici erano ben decisi a non lasciarsi conquistare e Dumas riportò le sue recriminazioni a Bonaparte più di una volta. Lo scontro tra i due rimase ben impresso nella mente dell’imperatore poiché, a Sant’Elena, dettò un resoconto di quell’avvenimento da inserire nelle proprie memorie.
“Avete predicato sedizione. Badate, Dumas, se facessi fino in fondo il mio dovere, il vostro metro e ottantacinque non vi salverebbe dalla fucilazione entro due ore.” Pare che Bonaparte si rivolse così a Dumas. Troppe le ricostruzioni di quel duro scontro per avere la sicurezza di come sia andata, di certo sappiamo che il generale accusò Bonaparte di tenere molto più a se stesso che alla Francia.
Un affronto che non venne mai dimenticato da Napoleone.

LA PRIGIONIA – 7 marzo 1799. Il Generale Dumas si trovava a bordo del veliero Belle Maltaise. L’imbarcazione era sfuggita alla flotta inglese, ma era mal ridotta, imbarcava acqua e la cosa peggiorò quando furono investiti da una tempesta.
Dopo varie traversie per salvarsi la vita, la Belle Maltaise finì con l’attraccare nel porto di Taranto. L’imbarcazione entrò così nel regno di Napoli. Un luogo sconvolto da una lotta sanguinaria tra i rivoluzionari italiani e francesi, e l’esercito della Santa Fede del Cardinale Ruffo, che aveva lo scopo di reprimere nel sangue gli ideali repubblicani e riportare ben saldo il potere nelle mani della Monarchia di Ferdinando e Carolina.
Dumas venne quindi imprigionato come importante ostaggio politico, insieme ad altri personaggi di spicco della Francia. Tra questi, anche Deodato Dolemieu, accademico e studioso , che finì per passare due anni di assoluta segregazione a Messina, dove, per non impazzire, passò il tempo a scrivere le sue teorie con il nerofumo su tutto quello che trovava.
Un prigioniero che quindi subì lo stesso trattamento dell’eroico generale.
Più tardi, il figlio di quell’illustre soldato, unirà le due vicende, dando vita all’abate Faria, prezioso compagno di Dantès.
Ma torniamo al 1799. Dumas fu quindi imprigionato e dimenticato. I tentativi di negoziazione del Cardinale Ruffo non vennero prese in considerazione dal governo francese e Thomas passò il suo tempo isolato, senza sapere nulla del suo destino, nè quando sarebbe stato infine libero. Subì anche diversi tentativi di avvelenamento da parte del medico, ma alla fine resistette, nonostante tutte le privazioni fisiche e morali, fu liberato e ritornò in Francia.

images (2).jpgIL RICORDO DEL FIGLIO. L’ISPIRAZIONE PER ROMANZI INDIMENTICABILI. Thomas Alexandre Dumas morì nel 1805, a Villers Cotterets, circondato dalla la moglie che amava alla follia e i figli, l’ultimo aveva solo quattro anni, e sarebbe diventato uno degli scrittori più amati della storia.
Il generale Dumas non venne mai insignito della Legione D’Onore, toccata invece ad altri soldati e ufficiali, e durante la seconda guerra mondiale, la sua statua venne distrutta e mai più ricostruita, al contrario di altre.
Ma il ricordo di questa straordinaria figura ha permeato personaggi letterari che, ancora oggi, vivono indimenticabili nell’immaginario collettivo di tutti. Impossibile non notare le similitudini con Edmond Dantès, con gli impavidi e integerrimi moschettieri, con Georges, mulatto e difensore della giustizia.
Alexandre Dumas, nella sua nota al “conte di Montecristo” cita come fonte d’ispirazione un noto fatto di cronaca dell’epoca. Un calzolaio parigino, alla vigilia del suo matrimonio, viene accusato da conoscenti e amici, di essere un agente inglese, viene quindi incarcerato nel forte di Fenestrelle, da cui uscirà, dopo la Restaurazione, erede di una fortuna donatagli da un prelato con cui aveva avuto amichevoli relazioni in prigione.
Tuttavia lo scrittore aggiunge alla nota questa frase. “E ora ciascuno è libero di trovare altre fonti oltre a quella che vi ho fornito.” Forse sperava che qualcuno trovasse le similitudini tra il suo personaggio più formidabile e il padre?
Dumas scrittore non farà mai mistero dell’infinito amore che provava per il genitore con cui passò pochissimo tempo. Nelle sue memorie spiega che lo ha sempre sentito accanto, che sapeva di essere stato amato. Ne elogia le qualità di soldato, di marito e di padre.
Da notare che Thomas Alexandre Dumas pur essendo il figlio diretto di una schiava era stato rispettato dalla società, tanto da poter scalare i vertici dell’esercito. Il figlio, al contrario, nato dopo la rivoluzione e in un periodo in cui si iniziava a mettere in discussione la schiavitù, fu sempre vittima di scherno e di episodi di razzismo. Veniva preso in giro dalla stampa. Balzac si riferiva a lui con frasi del tenero di: “quel negro”, e dopo i grandi successi letterari, in troppi tentarono di minarne la popolarità, schernendolo per la sua origine africana.
Dumas non badò mai alla satira nei suoi confronti, quel che lo riempiva di rabbia e indignazione, era il fatto che tutti avessero dimenticato il padre, che pure si era donato alla nazione senza risparmiarsi.

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LA LETTURA DA NON PERDERE – Se volete approfondire di più questa straordinaria figura, il libro da leggere è “Il diario segreto del Conte di Montecristo” di Tom Reiss, vincitore del premio Pulitzer, edito da Newton Compton.
Un saggio avvincente che racconta in maniera approfondita e allo stesso tempo accattivante, la storia di un uomo formidabile, un vero eroe romantico in carne ed ossa. Una lettura che rende onore a un soldato dimenticato e che aiuta a conoscere ancora meglio le opere di uno straordinario scrittore come Alexandre Dumas.

 

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Tra le pagine della storia – Cosa guardare su Netflix – Versailles

Oggi torniamo a parlare di serie tv storiche. E condivido con voi le mie impressioni su Versailles.

LA SERIE TV E DOVE TROVARLAVersailles è una serie televisiva francese e canadese, trasmessa dal 16 novembre 2015 al 21 maggio 2018 su Canal + per tre stagioni

In Italia, la serie è stata pubblicata sulla piattaforma on demand Netflix dal 5 gennaio al 2 agosto 2018.

images (8)TRAMA – Il re di Francia Luigi XIV, che ha 28 anni, vuole la nobiltà francese presente all’autorità del potere reale. Per lasciare Parigi e gli eventi della Fronda che ancora lo perseguitano fino ad oggi, ha deciso di spostare il suo governo nell’ex residenza di caccia di suo padre. Per attirare i nobili alla sua corte e tenerli sotto controllo in tal modo, ha lanciato la costruzione della reggia di Versailles. Questa impresa di dimensioni e costi sproporzionati susciterà malcontento e discordia. In un ambiente di corte travolto dalle cospirazioni, come farà Luigi ad imporre il suo potere di vivere, le sue passioni amorose e guadagnare il titolo di Re Sole?

CONSIDERAZIONI – Era da tempo che volevo guardare questa serie, ma non è stato subito amore a prima vista. Mesi fa avevo iniziato con le prime puntate e non è scattata alcuna scintilla. Così non sono andata oltre. Poi, però, mi è tornata la voglia di guardare qualche cosa in costume e così, complice un malanno, ho deciso di dare una seconda possibilità alla serie.
Devo dire che più andavo avanti e più mi appassionavo. Una passione particolare, non smaniavo troppo dalla voglia di sapere come andava a finire, insomma non ci perdevo il sonno, ma rimanevo comunque affascinata dalla storia.

Una serie senza dubbio con pregi e difetti, ci sono stati diversi passaggi nella trama che mi hanno lasciato dubbiosa ma nel complesso mi è piaciuta abbastanza.

LUCI E OMBRE DI VERSAILLES –  La figura di Luigi XIV è complessa. Un regno durato 72 anni e 110 giorni è difficile da rendere in tutte le sue sfaccettature e complicanze. Pensando al Re Sole viene in mente lo sfarzo di Versailles, le guerre lunghissime, le amanti, le riforme di Colbert.

Quello che ho amato in maniera particolare di Versailles è stato il contrasto netto tra lo sfarzo del Re Sole e del suo palazzo di Versailles con l’oscurità degli intrighi di corte, i problemi e i disagi intimi del Re, uomo investito di tantissimo potere e circondato da tutto ciò che desidera, che tuttavia è solo. Impossibilitato a realizzare i suoi veri desideri. Un contrasto cupo reso bene dalla colonna sonora, moderna e tetra, che ben sottolinea questo gioco di luci e ombre.images (9)

Una serie che dapprima sconcerta. Il filo conduttore rimane celato nelle prime puntate, forse troppo piene di scene dissolute e di un colpo di scena che all’inizio fa rimanere abbastanza perplessi, ma poi, con un po’ di pazienza, si scoprono le carte e davanti a noi non c’è solo il Re incline ai vizi, pieno di amanti, tra cui spicca Enrichetta d’Inghilterra, ma bensì l’uomo scaltro, il politico pronto a fare di ogni occasione, anche quella più disastrosa, un’opportunità.

E poi emerge, puntata dopo puntata, Filippo, il duca D’Orleans. Se dapprima appare solo come il fratello del Re, ancora più dissoluto di lui, il cui passatempo sembra essere solo quello di ubriacarsi e folleggiare con il cavaliere di Lorena, diventa invece quasi protagonista a fianco di Luigi. Il fratello del re possiede una personalità forte, al contrario di quello che può sembrare all’inizio. Rimane sempre in bilico tra invidia e amore verso il fratello. Desideroso di mostrare il suo valore e di proteggere il sovrano. Indeciso se farsi inghiottire del tutto dai vizi oppure usare il proprio valore per far brillare ancora di più Luigi.

Filippo rimane uno dei pochi che ha davvero il coraggio di avvicinarsi al Sole, senza temere di venire bruciato.

DONNE E POTERE – Le donne, in Versailles, hanno un ruolo di prim’ordine. Luigi ha un numero considerevole di amanti e la regina, Maria Teresa d’Asburgo, è dimenticata e sola ma per quanto sia pia e devota, anche lei sarà incline a lasciarsi andare alla passione più di una volta. Una regina che tende a rimanere in secondo piano, dimenticata in favore di donne come Enrichetta, moglie di Filippo e amante di Luigi. Enrichetta è rispettata a corte e benvoluta per via della sua bellezza e della sua dolcezza, è sorella del re d’Inghilterra Carlo II e avrà un ruolo cruciale nella politica di Luigi.

Sarà invece Françoise-Athénaïs di Montespan a diventare la quasi “tirannica” favorita di Luigi. Bella e arguta, conquisterà il cuore di Luigi e l’intera corte di Francia.

Ma sarà solo una donna, infine a trionfare, e sarà quella che meno ci si aspetta di veder brillare…

download (5).jpgUn’altra figura femminile che spicca è la principessa Palatina, la seconda moglie di Filippo, si dimostrerà una donna forte, capace di superare i pettegolezzi di corte e di sopportare un matrimonio con uomo legato ad un altro uomo. Ma la principessa mostrerà un carattere deciso, in grado di guadagnare l’amore e il rispetto di Filippo e persino quello del Cavaliere di Lorena.

IL SOLE, UN PRIVILEGIO PER POCHI – Tutti girano intorno al Sole in cerca di luce e favori, e Luigi pretenderà di avere accanto a sé solo nobili che possano dimostrare il lignaggio. Chi non lo possiede metterà in atto qualsiasi forma di tradimento pur di poter rimanere a palazzo.
Nel mentre Guglielmo d’Orange e l’Olanda tendono una mano avida verso la Francia e Luigi si dovrà difendere da nemici che arrivano da ogni parte, interni ed esterni alla corte.

Con il susseguirsi delle puntate la corte di Versailles s’ingrandisce di pari passo con i lavori mastodontici del palazzo, e con lei crescono i malumori e le invidie che daranno seguito a risvolti tragici e a complotti in grado di lambire persino le persone più fidate del Re.

FIDATI GUARDIANI DEL POTERE – Altri due personaggi spiccano in questa serie tv: non sono nobili ma votati al dovere, dedicano, anima e corpo, la propria vita al Re e più di una volta saranno loro a reggere le trame oscure del potere di Luigi.download (6)

Il primo è il valletto del Re. Alexandre Bontemps. Conosce ogni minimo dettaglio della vita privata di Luigi, lo segue come un’ombra, talmente fidato che si guadagna spesso il diritto di poter conversare con il sovrano in qualità di amico e dispenserà spesso consigli cruciali.

Il secondo è Fabien Marchal, il capo della polizia, il braccio armato che si occupa del lavoro sporco. Tortura i prigionieri, dà la caccia alle spie e ai nemici. Una figura tetra, quasi inquietante, che tuttavia nasconde un cuore fedele e troppo spesso si prenderà sulle spalle la responsabilità delle decisioni avventate di Luigi.

Entrambi saranno coinvolti nell’intrigo cardine della terza stagione.
Non si può parlare di Luigi XIV senza inserire la maschera di ferro…

IL MIO GIUDIZIO – Per quanto mi riguarda si tratta di una serie ben costruita. I personaggi sono approfonditi con cura, con le loro debolezze e i loro punti di forza, le scenografie danno il giusto risalto a Versailles e la trama, seppur inizialmente lenta e poco accattivante, alla fine si dimostra salda e appassionante.

La seconda stagione è, per me, quella meglio riuscita. C’è il giusto equilibrio tra azione e intrigo. La terza, invece, pecca secondo me di un finale troppo veloce. Alcune cose vengono risolte in maniera sbrigativa e ad alcuni personaggi, come Fabien Marshal, non viene riservato un giusto finale.

Le licenze storiche sono numerose ma non conoscendo a fondo il periodo storico non posso dare un giudizio netto sulla questione.

Nel complesso una serie godibile che pecca qua e là di qualche faciloneria di troppo sulla trama, scivoloni che, tuttavia, vengono assorbiti abbastanza in fretta.

La serie non si è prolungata oltre la terza stagione, una scelta secondo me corretta. Andare avanti avrebbe significato sfociare nella noia, poiché uno schema narrativo di questo genere non può protrarsi eccessivamente.

CENNI STORICI SUI PERSONAGGI REALMENTE ESISTITI

Luigi XIV di Borbone, detto il Re Sole (Le Roi Soleil) o Luigi il Grande (Saint-Germain-en-Laye5 settembre 1638 – Versailles1º settembre 1715), è stato un membro della casata dei Borbone nonché il sessantaquattresimo re di Francia e quarantaquattresimo di Navarra; regnò per 72 anni e 110 giorni, dal 14 maggio 1643, quando aveva meno di cinque anni, fino alla morte nel 1715.

Filippo di Francia, duca d’Orléans, meglio noto come Filippo d’Orléans o Monsieur ( nel senso francese di mon sieur, “mio signore”) (Saint-Germain-en-Laye21 settembre 1640 – Saint-Cloud8 giugno 1701), è stato un principe del sangue francese, figlio di Luigi XIII di Francia e Anna d’Austria e fratello minore di Luigi XIVLe Roi Soleil. Nato duca d’Angiò, Filippo divenne duca d’Orléansalla morte di suo zio Gastone nel 1660. L’anno successivo ricevette anche il ducato di Valois e di Chartres. Dopo la sua vittoria in battaglia nel 1671, il fratello Luigi XIV gli donò il ducato di Nemours, i marchesati di Coucy e Folembray e le contee di Dourdan e Romorantin. Fu conosciuto semplicemente come Monsieur, il titolo tradizionalmente riservato al fratello minore del re alla corte francese.

Apertamente omosessuale, ebbe di fatto uno stile di vita bisessuale per compiere il suo dovere dinastico. Attraverso i figli dei suoi due matrimoni, Filippo divenne un antenato comune di numerosi regnanti in tutta Europa, tanto da guadagnarsi il soprannome di “il nonno d’Europa”. Era ascendente diretto di Luigi Filippo, che governò la Francia dal 1830 fino al 1848 durante la monarchia di Luglio.

Attraverso un’attenta amministrazione familiare, Filippo aumentò notevolmente le sorti della casa di Orléans, un ramo cadetto dei Borbone di Francia, di cui era il fondatore.

Maria Teresa d’Asburgo, anche chiamata Maria Teresa d’Austria, soprattutto nella storiografia francese (in spagnoloMaría Teresa de Austria; in franceseMarie Thérèse d’Autriche) (San Lorenzo de El Escorial10 settembre 1638 – Versailles30 luglio 1683), era figlia del re Filippo IV di Spagna e di Elisabetta di Francia. Dalla nascita ebbe i titoli di infanta di Spagna e del Portogallo e di arciduchessa d’Austria; probabile erede al trono spagnolo, venne destinata col Trattato dei Pirenei (1659) in moglie a Luigi XIV di Francia, suo cugino di primo grado da parte sia di padre sia di madre.

Filippo di Lorena, chiamato lo Chevalier de Lorraine (1643 – 8 dicembre 1702), fu un nobile francese e membro del Casato di Guisa, cadetto del Casato ducale di Lorena. Fu il rinomato amante di Philippe de France, Monsieur, fratello di Luigi XIV.

Françoise “Athénaïs” de Rochechouartmarchesa di Montespan (Lussac-les-Châteaux5 ottobre 1640 – Bourbon-l’Archambault26 maggio 1707), è stata una nobildonna francese, meglio conosciuta come Madame de Montespan, è stata la più famosa favoritadel re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli (sei dei quali legittimati)[1]. Nata in una delle più antiche e nobili famiglie di Francia, il Casato di RochechouartMadame de Montespan fu chiamata da alcuni «la vera Regina di Francia» durante la sua relazione amorosa con Luigi XIV a causa della pervasività della sua influenza a corte in quel periodo. Il suo cosiddetto “regno” durò circa dal 1667, quando danzò per la prima volta con Luigi XIV in un ballo tenuto dal fratello minore del real Louvre, fino al suo presunto coinvolgimento nel famigerato Affaire des Poisons tra la fine 1670 ed il principio del 1680. È l’antenata di varie case reali in Europa, comprese quelle di SpagnaItaliaBulgaria e Portogallo.

Madame de Maintenon, nata Françoise d’Aubigné (Niort27 novembre 1635 – Saint-Cyr-l’École15 aprile 1719), è stata la sposa morganatica di re Luigi XIV di Francia dal 1684 al 1715. Caduta progressivamente in disgrazia Madame de Montespan, morta la regina Maria Teresa nel 1683, il re decise di sancire il fatto che lui e Madame erano la vera coppia parentale dei figli della Montespan, facendo di Madame de Maintenon, sposata con una cerimonia segreta nella notte fra il 9 e il 10 ottobre, la propria moglie morganatica. Il matrimonio restò segreto, ma dopo un po’ la corte cominciò a mormorare.

Jean-Baptiste Colbert (Reims29 agosto 1619 – Parigi6 settembre 1683) è stato un politico ed economista francese. La sua opera fu diretta principalmente ad accrescere la ricchezza del Paese, incoraggiandone lo sviluppo industriale e coloniale. Modernizzò le finanze pubbliche francesi, salvandole dalla bancarotta e facendo raggiungere il pareggio al Bilancio dello Stato, ma la sua opera risanatrice fu gravemente ostacolata dalle enormi spese belliche di Luigi XIV. Nel 1669 ottenne dal re la creazione del Ministero della Marina, carica di cui fu il primo titolare e che fece di lui il padre della moderna marina francese. La politica di Colbert è considerata una delle più genuine interpretazioni del mercantilismo.

Alexandre Bontemps (1626–1701) was the valet of King Louis XIV and a powerful figure at the court of Versailles, respected and feared for his exceptional access to the King. He was the second of a sequence of five Bontemps to hold the position of Premier valet de la Chambre du Roi (“First valet of the king’s bedchamber”[1]) in uninterrupted succession between 1643 and 1766, when an early death, leaving no successor, broke the line.[2] There were four head or Premier valets de chambre, of whom Bontemps became the most senior in 1665, and thirty-two valets.[3]

Enrichetta Anna Stuart (Exeter16 giugno 1644 – Saint-Cloud30 giugno 1670) nata Principessa d’Inghilterra e Scozia, divenne Duchessa d’Orléans come moglie di Filippo di Francia, fratello di Luigi XIV. Fuggendo dall’Inghilterra con la sua governante all’età di tre anni, si trasferì alla corte di suo cugino di primo grado Luigi XIV di Francia, dove fu nota come Minette.[1] In seguito sposò Filippo di Francia, fratello di Re Luigi XIV, noto come Monsieur a corte, e diventò nota come Madame. Molto popolare con la corte in gran parte a causa della sua natura civettuola, il suo matrimonio fu segnato da frequenti tensioni.[3]Enrichetta fu determinante nei negoziati del trattato segreto di Dover prima della sua prematura morte nel giugno 1670. I pretendenti giacobiti al trono di Gran Bretagna in seguito alla morte di Enrico Benedetto Stuart discendono da lei attraverso sua figlia Anna Maria, regina di Sardegna.

Elisabetta Carlotta del PalatinatoDuchessa d’Orléans, in tedesco Elisabeth Charlotte von der Pfalz (Heidelberg27 maggio 1652 – Castello di Saint-Cloud8 dicembre 1722), fu una principessa tedesca e moglie di Filippo I d’Orléans, fratello minore di Luigi XIV di Francia. La sua vasta corrispondenza fornisce un resoconto dettagliato delle personalità e delle attività alla corte di suo cognato, Luigi XIV. Insieme con il marito, Filippo di Francia, Monsieur, il Duca d’Orléans, sono i fondatori dell’attuale Casato degli Orléans – il loro unico figlio maschio sopravvissuto Filippo II d’Orléans, divenne Reggente di Francia durante la minore età di Luigi XV di Francia. È anche la nonna materna di Francesco Stefano di Lorena e antenata di Luigi Filippo di Francia, e quindi molte case reali d’Europa come quella spagnola, italiana, bulgara, austriaca, toscana, napoletana discendono da lei.

Guglielmo III d’Orange, in olandeseWillem Hendrik van Oranje-Nassau, anche noto come Guglielmo III d’InghilterraGuglielmo II di Scozia e Guglielmo I d’Irlanda (Binnenhof, L’Aia14 novembre 1650 – Kensington Palace, Londra8 marzo 1702), è stato Principe d’OrangeConte di Nassau e Barone di Breda dalla sua nascita, Statolder delle Province Unite dal 28 giugno 1672, re d’Inghilterra e d’Irlanda dal 13 febbraio 1689 e re di Scozia dall’11 aprile 1689, in tutti i casi fino alla morte. Nato come membro della Casa d’Orange-Nassau, Guglielmo ottenne le corone d’InghilterraIrlanda e Scozia in seguito alla Gloriosa rivoluzione, durante la quale suo zio e suocero Giacomo II fu deposto. Nei tre regni Guglielmo governò congiuntamente con sua moglie e cugina Maria II (che aveva sposato a Londra il 4 novembre 1677), fino alla morte di quest’ultima, avvenuta il 28 dicembre 1694. Tra gli Orangisti in Irlanda del Nord egli è al giorno d’oggi noto con il nome informale di “King Billy”.

Cuore d’inchiostro – Ornella Albanese e L’Anello di Ferro

Scrivere può essere molte cose.

Una professione, un passatempo, uno sfogo.

La scrittura può assumere varie forme, diventare un romanzo con una tiratura da un milione di copie o un manoscritto in attesa in un cassetto polveroso.

Non ha importanza. Qualsiasi sia il motivo per cui si scrive, qualsiasi sarà la strada che le nostre parole intraprenderanno nel mondo, ciò che darà voce  all’inchiostro, steso su carta o lampeggiante su uno schermo, sarà il cuore. L’emozione e il sentimento che permettono alle parole di prendere vita.

Cuore d’Inchiostro darà voce proprio a questo. All’emozione e ai sentimenti che pulsano dietro la scrittura. Gli autori ospiti ci parleranno della loro personale esperienza,  dei romanzi e della loro professione sotto un altro punto di vista…

Oggi sarà ospite Ornella Albanese che ci parlerà della nascita del suo romanzo “L’anello di ferro”

 


Articolo di Ornella Albanese.

Ci sono due modi di scrivere romanzi: per mestiere oppure per passione.

Se si è fortunati, queste due modalità possono coincidere. E se non si è fortunati, come arrivarci?

Non è troppo difficile. Anche se si scrive per mestiere, si deve privilegiare l’emotività. Mai cimentarsi con temi di cui non si è convinti solo per seguire un trend o per “catturare” lettori.

Se una storia ti muove qualcosa dentro significa che è la tua storia.

Si può anche scriverla sotto contratto, e quindi per mestiere, ma ci si approccia alla scrittura con lo stesso stato d’animo della prima volta.

Ecco come capire se la storia è quella giusta.

Si deve rinnovare ogni volta l’adrenalinico incantesimo dell’emozione.

E adesso vi racconto la storia un romanzo scritto sull’onda della pura emotività.

Ormai collaboravo in modo continuativo con Mondadori per i Romance storici. Ne scrivevo uno l’anno e a volte anche due, quindi ero sempre sotto contratto. Il mio ultimo, “L’avventuriero che amava le stelle”, rigorosamente autoconclusivo, aveva avuto molto successo e tutti volevano un seguito: lettori ed editor. Io all’epoca odiavo i sequel (adesso li adoro). Avevo molti dubbi e tergiversavo, riluttante a scrivere qualcosa che non mi convincesse fino in fondo.

In pratica, non mi importava di avere un bel contratto in attesa.

E così, mentre tergiversavo, mi sono seduta al pc davanti allo schermo bianco e ho cominciato a scrivere. Senza un’idea, scrivere e basta. In realtà pensavo di proporre a Mondadori qualcosa di diverso dal sequel che volevano.

Però già dalle prime pagine ho capito che il romanzo non sarebbe mai andato bene per quella collana. E man mano che procedevo, ne ero sempre più convinta. Non si trattava di un romance. O per meglio dire non era solo un romance. E così mi sono sentita all’improvviso libera. Non avevo limiti di battute e neppure confini entro cui far muovere la storia. Il mio “non solo romance” si è nutrito di questo senso di libertà e dell’emozione che ne scaturiva.

Allora ho cominciato a seguire d’istinto i tanti sentieri che possono diramarsi da un intreccio. Ho dato spazio all’avventura, alle molte voci di personaggi che premevano per trovare il loro spazio e, a un certo punto, una frase scritta per caso nelle primissime pagine mi ha anche suggerito una forte componente noir.

Sei stupida, mi dicevo. Con questo romanzo non andrai da nessuna parte. Non rientra in nessun genere. Stai solo perdendo tempo.

Eppure sembravo posseduta. Andavo avanti a scrivere e l’emozione sembrava scorrermi sottopelle ogni volta che mi sedevo al pc e ancora di più quando, per vari motivi, non potevo farlo.

Lo chiamavo “il mio romanzo inutile”, scritto solo per seguire un estro emotivo. Una volta finito, con grandissimo fervore e fiumi di adrenalina, l’ho lasciato lì. Avevo un contratto in attesa ed era passato troppo tempo. Ma la cosa incredibile è stata che all’improvviso, nel momento stesso in cui ho letto l’ennesimo commento di una lettrice che chiedeva un seguito de “L’avventuriero che amava le stelle”, mi è esplosa un’idea e ho subito cominciato “Il profumo dei sogni”, diventato poi il secondo volume della Trilogia dell’Amore Inatteso. Addirittura una trilogia, da non crederci, e poi ne è seguita un’altra, sempre per Mondadori.

51Dvhvk8FkL._SY346_E il mio amato romanzo inutile che fine ha fatto?

Quando l’editore Sergio Fanucci mi ha scritto per chiedermi una collaborazione con la sua casa editrice… caspita, avevo già una storia pronta da proporgli!

Il mio amato romanzo scritto solo seguendo istinto ed emozione era “L’anello di ferro” ed è stata la mia prima creatura ad approdare in libreria.


 Ornella Albanese
Dopo un’assidua collaborazione alla narrativa di riviste a tiratura nazionale con racconti gialli e rosa, l’autrice ha pubblicato quattordici romance storici (di cui due trilogie) per la collana I Romanzi Mondadori. Per Leggereditore ha pubblicato L’anello di ferro, che adesso ripropone in digitale, e il pluripremiato L’Oscuro Mosaico.
È di nuovo in libreria con Il sigillo degli Acquaviva, per Leone Editore, la storia del guerriero Saraceno Yusuf Hanifa.
http://www.ornellaalbanese.it

Pirati dei Caraibi, 5 Libri da non perdere

Nelle sale è tornato da qualche settimana l’affascinante e folle Jack Sparrow per la quinta e, forse, ultima volta. Ma se siete usciti dal cinema con la malinconia dei velieri e la voglia di solcare i mari, potete sempre aprire un vecchio buon romanzo e partire per l’avventura.

 

Dietro al semplice ed eloquente titolo “Storie di Pirati”, si nasconde una raccolta di racconti dedicati ai predoni del mare. Storie cariche di capitani coraggiosi e temerari, di mercantili e baleniere che solcano gli oceani con la paura di essere abbordati. Un piccolo libro che racchiude un tesoro: la capacità di trasportarci tra le ciurme senza scrupoli e le tempeste- Ma forse la sorpresa più autentica sta nell’autore del volume. Sir Arthur Conan Doyle. Il padre di Sherlock Holmes.

 

Se invece preferite un romanzo abbastanza corposo, con protagonista un uomo ambizioso forte e senza troppi scrupoli, a caccia di un tesoro nascosto dai francesi, Gli avventurieri delle Indie di Mark Keating, è ciò che fa al caso vostro. Devlin è un pirata spregiudicato che conquista il grado di capitano e che non ha paura di mettere in atto piani pittoreschi più di riuscire nel suo intento.

 

 

Volete lasciare il caldo sole delle Indie Occidentali e spostarvi nell’Irlanda del XVI secolo per fare la conoscenza di un altro tipo di pirata? Magari di una donna a capo di un’ intera flotta di predoni? Grania, La Regina dei Pirati d’Irlanda, di Morgan Llywelyn è il romanzo adatto alle vostre esigenze. Una fine ricostruzione storica che spiega le ragioni alla base della pirateria costiera dell’Irlanda di quel secolo. Una protagonista forte, dura e realmente esistita, che vi trascinerà in grandi avventure fino alla corte della Regina Elisabetta I.

Gli ultimi due consigli, non sono romanzi d’invenzione ma dei racconti a metà tra biografia e saggio storico. Preziosi perché parlano con la voce autentica del secolo in cui sono stati scritti.

Bucanieri dei Caraibi è il racconto di ciò che Alexandre Olivier Exquemelin, chirurgo di bordo, ha vissuto sulla sua pelle. Forse il più prezioso testo sulla filibusta del XVII secolo Arrivato a Tortuga nel 1666, ha partecipato in prima persona alla presa di Panama e di Maracaibo, facendo la conoscenza di personaggi leggendari come Henry Morgan. Un libro che racconta imprese efferate compiute da uomini spietati, eppure al soldo delle Corone Europee.

Pietra miliare per ogni studioso della pirateria, Storia generale dei pirati, del Capitano Johnson, è la raccolta delle biografie dei capitani più famosi del XVIII. L’autore, essendo loro contemporaneo, ha potuto usufruire di notizie appena colte, di documenti ancora freschi di inchiostro. Ha gettato le basi per gli studi di tutte le epoche successive, ed è il punto di partenza per fare “amicizia” con personaggi come John Roberts, Barbanera e Mary Read. Affascinante poi, il mistero che si cela dietro lo pseudonimo Capitano Johnson. La vera identità dell’autore rimane a tutt’oggi sconosciuta e per un periodo è stato erroneamente identificato con Daniel Defoe.

Dunque non vi resta che partire per l’avventura…

Alla scoperta di Alexandre Dumas – Il Visconte di Bragelonne – Il ciclo dei moschettieri

Eccoci arrivati alla conclusione del ciclo dei moschettieri. L’ultimo intenso, epico capitolo di una storia di amicizia e intrigo indimenticabile. Il Visconte di Bragelonne è talmente intenso che risulta davvero difficile parlarne. Un romanzo così denso di personaggi e di storie da risultare certe volte persino esagerato, deliziosamente barocco, epico nei suoi melodrammi e nell’addio che racchiude.

Ma andiamo con ordine. Sono passati all’incirca dodici anni dall’ultimo episodio, Vent’anni dopo. Ancora una volta ritroviamo un D’Artagnan frustrato per la mancanza del titolo che rincorre da troppo: quello di capitano dei moschettieri. Accantonati i cardinali e le reggenti, si ritrova alle prese con un giovane re, Luigi XIV, ancora acerbo, già circondato da quel barlume di magnificenza destinato a renderlo grande, ma che ancora non riesce ad apprezzare a pieno il saggio e coriaceo ufficiale guascone.

Così, il sempre impavido d’Artagnan, dopo la visita del disperato Carlo II, decide di lasciare la Francia per rincorre un’ennesima avventura e riparte per l’Inghilterra nel tentativo di riuscire là dove lui e i suoi amici avevano fallito anni prima.

Dopo un episodio in cui ancora una volta viene esaltata tutta la passione di questo indomito spadaccino, dopo dialoghi esilaranti su casse in cui vengono rinchiusi generali inglesi, e dopo l’ennesimo inaspettato incontro con un Athos sempre pronto a servire le corone cadute, si ritorna in Francia dove, finalmente, re Luigi investirà d’Artagnan del titolo di capitano.

In Francia gli alberi degli intrighi sono in fiore: Dumas ricama uno scenario ricco di trame e sotto trame, di ingarbugliate passioni e cupe incomprensioni che avvolgeranno il lettore in un vortice senza tregua.

La prima trama che destinata a rapirci è senz’altro la storia di Raoul, visconte di Bragelonne, per l’appunto. Il figlio di Athos dimostra di avere gli stessi principi nobili e lo stesso animo cristallino del padre. Innamorato da sempre di Louise de La Vallière, è legato a lei da un amore così puro da sembrare quasi angelico, etereo. Louise è tanto giovane, innocente e inesperta, che sembra quasi rincorre solo l’idea di un amore ideale, piuttosto che una vera passione terrena.

La devozione non è che una virtù, l’amore è una passione.

Aramis e Porthos sembrano invischiati in un bell’intrigo politico. Stavolta sono coinvolti negli affari del ministro delle finanze francesi, Fouquet. Un uomo ricco e potente, figlio dell’epoca di Mazzarino che non sembra godere del favore di Luigi, che al posto del vecchio ministro vorrebbe piazzare l’attento e meticoloso Colbert. Al sovrano non resta quindi che mettergli alle costole il miglior uomo che ha disposizione: D’Artagnan. Ancora una volta i vecchi amici si trovano divisi, ma come sempre riusciranno a rimanere fedeli alle loro battaglie e al legame che li unisce.

“Sì è un uomo che amo e che ammiro: lo amo perché è buono, grande, leale; lo ammiro perché rappresenta per me il punto culminante della potenza umana; ma, pur amandolo e ammirandolo, lo temo e lo prevengo.”

E poi abbiamo Luigi.

Il giovane Re Sole inizia a splendere sulla sua corte ricca di personaggi. I figli della generazione de “I tre moschettieri” si prendono la scena.

Enrichetta, moglie del fratello di Luigi, svetta per la sua civetteria e la bellezza capace di blandire anche un re, per lei si battono giovani impavidi e carichi di passione.

Gli uomini, che sono sciocchi in molte cose, lo sono soprattutto in questa: che confondono sotto la parola “civetteria” la fierezza d’una donna e la sua variabilità. Io sono fiera, vale a dire imprendibile; tratto male i pretendenti, ma senza alcuna pretesa sotterranea di trattenerli. Gli uomini dicono che sono civetta, perché hanno l’amor proprio di credere che li desidero.

E infine abbiamo la tormentata storia di Louise de La Vallière,  il cui arrivo a corte si rivelerà fatale per il suo destino: il Sole l’abbaglierà senza scampo. Ciò che credeva amore si rivelerà qualcosa di debole e verrà invece coinvolta in una storia di passione che si stenta a definire peccaminosa o sporca, nonostante le conseguenze che provocherà.

Ma dietro tutte queste trame d’amore e politica si muove qualcosa di ancor più pericoloso.

Aramis si lancerà nel suo intrigo più ambizioso di tutti e scoprirà un segreto in grado di cambiare un regno.

La famosa Maschera di Ferro emergerà potente dalle viscere della Bastiglia, spezzerà anime e creerà dubbi…

Dumas realizza un intreccio molto diverso da quello raccontato nel film con il famoso Leonardo di Caprio. Non c’è un re cattivo e tiranno da sostituire con un gemello buono. C’è solo un sovrano diviso tra giovinezza e potere, tra impeto e saggezza, che commetterà errori ma che sarà in grado di mostrare un’anima sfaccettata, intensa e bruciante proprio come il Sole.

I motivi che portano a volerlo sostituire con il gemello nascosto, sono molto più complicati di una semplice contrapposizione tra male e bene, e sono forse anche più subdoli.

Così come è molto più complicata la tresca amorosa che coinvolge Luigi, Louise e Raoul. Nessun tiranno che ruba l’amata al cavaliere senza macchia, solo un concatenarsi

di eventi e incomprensioni di gioventù che rendono il tutto così squisitamente vero e profondo da segnare il cuore.

“La felicità della donna che si ama, quando questa felicità viene da un rivale, è una tortura per un geloso. Ma per un geloso com’era Raoul, per questo cuore che per la prima volta si impregnava di fiele, la felicità di Luisa era una morte ignominiosa, la morte del corpo e dell’anima.”

I drammi si susseguono ai duelli, alle scene comiche, agli incontri con personaggi come Molière. La vivacità di Parigi si confonde con l’eleganza delle feste di Fontainebleau, e tutto è mischiato in maniera sapiente e preziosa, appassionante, come solo Dumas sa fare.

Su tutto spicca il rapporto tra D’Artagnan e il Re sole. Il capitano dei Moschettieri ha trovato finalmente un sovrano degno della sua altezza e Luigi, dal canto suo, più di una volta verrà scorticato dalla corazza dura, impavida e incosciente del vecchio guascone. Ammirazione e lealtà si alternano a duri scontri, feroci litigate che sfiorano la lesa maestà più di una volta, che danno vita a uno dei dialoghi più intensi e carichi di sentimenti di tutto il romanzo.

Il punto estremo dell’incontro tra queste due anime fiere:

“Volete degli amici o dei servi? Dei soldati o dei ballerini che fanno la riverenza? Dei grandi uomini o dei pulcinella? Volete che vi si serva o che vi s’inchini? Che vi si ami o che si abbia paura di voi? Se preferite la bassezza, l’intrigo, la codardia, ditelo, Sire; noi ce n’andremo, noi altri che siamo gli unici rimasti, dirò di meglio, i soli esempi del valore d’un tempo [….]
Affrettatevi e mandatemi alla Bastiglia con il mio amico; perché, se non avete saputo ascoltare il conte di La Fère, cioè la più nobile e la più dolce voce dell’onore; se non sapete ascoltare d’Artagnan, cioè la più franca e la più rude voce della sincerità, voi siete un cattivo Re e, domani, sarete un povero Re. Ora, i cattivi re si abboriscono; i poveri Re si scacciano. Ecco quello che vi dovevo dire Sire, ho avuto torto a spingermi a tanto.”

 

 

 

 

Il visconte di Bragelonneè una lunga cavalcata verso un addio. Quasi un passaggio di testimone tra i moschettieri e tutti i nuovi personaggi che compaiono nella storia.

Un finale il cui melodramma non si limiterà a strapparvi una lacrima, ma vi chiederà il cuore come ultimo tributo a questi quattro impavidi e indimenticabili personaggi.

Ognuno di loro quattro avrà un destino consono al loro carattere, e tutti loro saranno eternamente ricordati dalla frase finale del ciclo.

Come ho detto all’inizio, rendere omaggio a quest’opera è impossibile in così poco spazio. Troppe gli eventi e i sentimenti, ma vi assicuro che perdervi fra queste pagine vi donerà un’emozione intensa, indimenticabile.

Una penna quella di Dumas in grado di strapparvi l’anima con semplici dialoghi, frasi quasi innocue che pure racchiudono un pathos senza eguali.

La storia dietro Black Sails – Il perdono reale

Romanzo o serie televisiva, non importa. Se si ambienta una storia intorno al 1718, si finirà, volenti o nolenti, per imbattersi nel famoso Perdono Reale di Giorgio I d’Inghilterra.

Le parole chiave dell’editto in questione sono tre:

·        guerra
·        corsari
·        Nassau

Il 1713è l’anno della pace di Utrecht, le principali nazioni europee depongono l’ascia di guerra e sanciscono un trattato di non belligeranza. Per una nazione come l’Inghilterra, che ha sempre basato tutto sulla marina e sui marinai, la pace porta con sé un’ondata di disoccupazione che porta gli uomini di mare a girovagare tra i porti senza meta.
La marina militare non offre più una paga e come alternativa rimangono solo i mercanti. Senza parlare poi dei corsari, avventurieri al soldo della Corona con il compito di assaltare le navi nemiche che, senza una guerra, non hanno più senso di esistere.

 Dopo Utrecht, si riversano sui mari delle Indie Occidentali un gran numero di uomini senza un’ occupazione e il passo verso un metodo di guadagno più facile è assai breve.

Sull’isola di New Providence – che aveva fatto da base già a innumerevoli corsari – iniziano a insediarsi una notevole quantità di equipaggi. Nassau diventa una città di bordelli e contrabbando. Pur appartenendo alle colonie inglesi, le Bahamas sono per il momento prive di una forma di governo e il prosperare dei piratidiventa inevitabile.

Intorno al 1717, la situazione per i commerci delle nazioni europee diventa insostenibile. Decine di equipaggi si aggirano sulle rotte mercantili assaltando e depredando ogni tipo di carico.
Capitani come Charles Vane e Barbanera infestano le acque buttando sul lastrico decine di ricchi piantatori e i relativi acquirenti oltre oceano.
La situazione diventa ben presto inaccettabile. Non importa quanti pirati vengano impiccati, ne rispuntano sempre di nuovi, a testimonianza che è molto meglio rischiare il collo piuttosto che patire fame e castighi a bordo delle marine ufficiali.

A Whitehall, a Londra, centro del governo inglese, le lamentele si accumulano e minano il già debole e appena insediato governo di Giorgio I d’Hannover.
Nella seria televisiva, la questione del Perdono Reale viene raccontata in maniera molto “romantica”, tutto verte intorno all’idea di salvare le Bahamas e di muovere guerra ai pirati.


In realtà, la questione viene affrontata in maniera molto più pragmatica. La pace di Utrecht sta per spezzarsi: l’Inghilterra e la Spagna sono di nuovo ai ferri corti e la guerra della Quadruplice Alleanza è alle porte, e un buon modo per destabilizzare la corona spagnola rimane il vecchio, infallibile sistema dei corsari.

Colpire al cuore il commercio di oro e preziosi diventa fondamentale per l’Inghilterra, che vede perciò l’opportunità di prendere “due piccioni con una fava”.
A Whitehall decidono di rimpolpare l’esercito dei corsari e per farlo non gli resta che emanare un Atto di Perdono, che verrà seguito da un’ulteriore amnistia poco tempo dopo.
Si chiede ai pirati di accettare il perdono offerto. Ogni reato viene condonato, con la speranza che gli uomini di mare, ora divenuti onesti, si possano unire alla lotta contro la Spagna.


L’emanazione dell’editto viene accompagnata dalla nomina di un nuovo governatore per le Bahamas, che spezza così l’ininterrotto autogoverno di pirati e corsari che si era insediato sulle isole intorno al 1706. Il prescelto è Woodes Rogers, lui stesso celebre avventuriero e corsaro.

La guerra di corsa tanto paventata però, stenta a ripartire ma nonostante questo il perdono reale ha l’effetto di far sparire dai mari un buon numero di equipaggi. A terrorizzare i Caraibi rimangono poche ciurme, capitanati da uomini temerari come Barbanera.

Certo c’è da ammettere che molti pirati hanno accettato il perdono solo come soluzione temporanea. Senza essere stati mai arruolati sul serio da Woodes Rogers, molti di loro, per noia o per fame, ritornano a infestare le acque.

Ma l’insediamento di un governo là dove prima vigeva l’anarchia, ha comunque i suoi effetti. L’atto di Giorgio I parla di perdono, ma allo stesso tempo dichiara che non ci sarà più nessuna pietà per coloro che continueranno a commettere atti di pirateria.

Per i pirati, il 1718 – anno dell’emanazione del Perdono Reale – coincide con l’inizio della fine. Da quel momento i nodi del cappio si stringono uno dopo l’altro intorno ai capitani più temerari e famosi: Vane, Rackham, Bonnet… le esecuzioni sono illustri e innumerevoli.

Fino ad arrivare al 1722, quando la marina britannica cattura i pirati di John Roberts, la più numerosa ciurma fino ad allora processata.

La pirateria non verrà mai sconfitta, ancora oggi se ne sente parlare, ma il 1722 è senza dubbio l’anno che pone fine alla sua epoca d’oro.
Quella dal fascino oscuro e immortale che, ancora oggi, è fonte di storie che sanno di avventura e salsedine.




Alla scoperta di Alexandre Dumas – Vent’anni dopo – Il ciclo dei moschettieri


In questo appuntamento scopriamo il secondo romanzo del ciclo dei moschettieri: “Vent’anni dopo”,  pubblicato sulla rivista “Le Siècle” nel 1845.

Il titolo esaustivo dà subito l’idea del lasso di tempo intercorso tra “I tre moschettieri” e questa nuova avventura.  
I nostri eroi, infatti, sono maturati, D’ Artagnan si è lasciato alle spalle l’impavida giovinezza ed è diventato un maturo ufficiale dei moschettieri. Un uomo solido che non ha perso, di certo, la sua indole guascona e nemmeno le sue ambizioni. Il titolo di capitano non è ancora arrivato  e la cosa lo impensierisce non poco. 
Il romanzi, infatti, inizia con il moschiettere seduto nell’atrio, a far da guardia al cardinale Mazzarino, proprio impegnato sulle valutazioni della propria carriera militare.

Gli scenari politici della Francia sono mutati in maniera radicale,  Luigi XIII è morto, e la stessa sorte è toccata al grande e controverso Cardinale Richelieu, che ha lasciato il posto a un nuovo prelato italiano, Mazzarino,  abile affarista e meschino contabile. Il primo ministro italiano è, difatti, odiato dalla maggior parte dei francesi. Sul trono siede un re bambino: Luigi XIV e sua madre, la regina Anna d’Austria, regna su una situazione complicata.
Da poco, infatti è scoppiata la Fronda, un movimento di ribellione sobillato da diversi nobili di spicco, un atto contro la politica del cardinale Mazzarino e contro la reggente.

«E quei quattro uomini erano uniti, voi dite?»

«Come se fossero stati uno solo, come se i quattro cuori avessero battuto in un solo petto… e perciò, che cosa non fecero quei quattro!»




E sarà proprio per combattere la Fronda che Mazzarino chiederà a D’Artagnan, di mettersi sulle tracce degli altri tre moschettieri, nella speranza che questi uomini coraggiosi, le cui gesta ormai sono leggenda, possano aiutarlo a trarsi fuori d’impiccio.
Lord Winter cominciava a temere che Aramis non venisse. «Pazienza,» disse Athos, che teneva gli occhi fissi su rue de bac «Pazienza! Ecco là un abate che prende a pugni un uomo e che saluta una donna; dev’essere Aramis!»


E D’artagnan parte, felice di poter incontrare i vecchi amici. Dumas, con la sua  inconfondibile ironia, ci porta così a scoprire il destino di Porthos, ormai Barone du Vallon, di Aramis, divenuto l’abate d’Herblay, e di Athos, ritrovato conte de La Fére, con un’insospettata sorpresa che lascia D’Artagnan a bocca aperta. Sorpresa che ha a che fare con la duchessa di Chevrouse e una notte in una chiesa…

«Un uomo solo c’era nel mondo che potesse trattenermi, e la fatalità mi mette d’avanti a quest’uomo!»     

                                 
Eppure, D’Artagnan, si ritroverà a fare i conti con un ostacolo imprevisto: difatti saranno proprio due suoi amici a diventare nemici nella guerra alla Fronda.
Un ostacolo che causerà a tutti e quattro i moschettieri dolore e preoccupazione e che, tuttavia, darà vita a una delle scene più toccanti dell’intera trilogia dei moschettieri, quella di Place Royale.


«Sì, l’ho detto e lo ripeto, i nostri destini sono irrevocabilmente legati, benché ora seguiamo vie diverse. rispetto la vostra opinione D’artagnan; rispetto la vostra convizione, Porthos; ma anche combattendo in campi opposti, restiamo amici. I ministri, i principi passeranno come un torrente, la guerra civile come una fiamma, ma noi resteremo.»

Ma non saranno solo i guai francesi a riunire i moschettieri, infatti Dumas ci porta oltre Manica, a osservare un altro fatto storico di primaria importanza: la caduta di Carlo I d’Inghilterra. Di nuovo divisi, i moschettieri giungono su suolo inglese a coppie e per motivi diversi ma il destino, ancora una volta, li unirà in un’impresa epica e disperata.

La passione di Dumas per i monarchi sconfitti, per le tragedie che colpiscono le teste coronate, lo porta  a creare un episodio denso di attese, d’intrighi. L’avventura inglese dei moschettieri ci spiega quanto siano legati l’un l’altro, quanto Athos veneri la nobiltà, intesa come il più alto dei principi, e soprattutto sarà l’occasione, per i quattro, per chiudere i conti con una storia oscura che, come un’ombra densa di rimorso e peccato, aleggia nei cuori dei quattro impavidi.

Come sempre, anche in questo capitolo, sono accompagnati dai loro fedeli e inseparabili valletti. Mosqueton, Grimoud e Bazin, hanno infatti seguito i loro “padroni”, mentre Planchet, ribelle frondista, ritrova D’Artagnan per puro caso e si unisce a lui nell’avventura.

Vent’anni dopo,forse, risulta meno fresco rispetto al precedente, meno denso ed epico del capitolo che lo segue, ma è un’avventura carica di avvenimenti, che attraversa la Francia in un periodo carico di agitazione, con la guerra civile che serpeggia tra le strade di Parigi e che avvelena i salotti del Governo. Trasmette un’immagine di precarietà che stride con la magnificenza del discusso Cardinale Richelieu, nemico dei moschettieri che, tuttavia, ne compiangono la  grande abilità politica. Mostra un’Inghilterra così severa nei suoi principi da strappare la corona dalla testa di un re.

Con la maestria a cui ci ha abituato, Dumas crea il solito sistema di scatole cinesi, è un continuo fiorire di storie minori che s’intrecciano alla maggiore.  Conosciamo  Francesco di Vendôme, figlio illegittimo di Enrico IV e ritroviamo l’affascinante Duchessa di Chevreuse.
Dumas, talvolta tragico, talvolta pungente, mostra la debolezza delle teste coronate, la pochezza di nobili che dimenticano in fretta i favori ricevuti, come nel caso della regina Anna d’Austria.

Ritroviamo vecchi nemici, come Rochefort, che tuttavia, nemici non lo sono più. Entriamo in punta di piedi a osservare la paura e la debolezza di un re bambino, ancora inconsapevole del destino di magnificenza racchiuso nel suo nome.

Soprattutto, Vent’anni dopo, è la celebrazione di un’amicizia che non conosce tempo, che passa sopra agli ostacoli, a opposte visioni della vita e del mondo. Un legame che si monda dal sangue con cui è stato sporcato, che rinasce più vivo e puro di prima, maturato sotto l’incedere di un tempo che non sbiadisce le gesta e il cuore di quattro uomini che paiono legati per l’eternità. Amici veri, uniti nella gloria, come nella disgrazia.
Amici che, ancora una volta, si separeranno prima di ritrovarsi per l’ultimo, indimenticabile capitolo della loro storia: Il visconte di Bragelonne.
«Mai. Mai, lo giuro dinanzi a Dio che ci vede e ci ascolta nella solennità di questa notte, mai la mia spada toccherà le vostre, mai il mio occhio avrà per voi uno sguardo d’ira, mai il mio cuore un palpito d’odio. Noi vivemmo insieme, insieme odiammo, insieme amammo; spargemmo e confondemmo insieme il nostro sangue, e forse, aggiungerei ancora, fra noi c’è un legame più potente di quello dell’amicizia: cioè il patto del delitto poiché tutti e quattro abbiamo condannato, giudicato, giustiziato una creatura umana che non avevamo probabilmente il diritto di togliere da questo mondo, per quanto, piuttosto che a questo mondo, sembrasse appartenere all’inferno. D’Artagnan, io vi ho sempre amato come un figlio; Porthos, per dieci anni dormimmo uno a fianco dell’altro, Aramis è vostro fratello come mio, giacché vi ha amati come io vi amo ancora, come vi amerò sempre. Che cosa può essere il Cardinale Mazzarino per noi, che sapemmo forzare la mano e il cuore di un uomo come Richelieu?
Che cos’è questo o quel principe per noi che consolidammo la corona sul capo a una regina?»