#IOLEGGOILROMANZOSTORICO – Profumi di Storia e d’estate – Alla scoperta dell’antologia –


Oggi iniziamo un viaggio alla scoperta dell’antologia “Profumi di storia e d’estate“, progetto a scopo benefico realizzato dagli autori iscritto al gruppo facebook, IO LEGGO IL ROMANZO STORICO. I proventi dell’antologia andranno interamente in beneficenza all’Ospedale pediatrico Gaslini di Genova.

L’ANTOLOGIA – L’antologia – Profumi di Storia e d’estate Diciotto autori ci regalano scorci di Storia e d’estate, dall’avventura al romanticismo fino al paranormale, in un viaggio dal sapore antico. Da un’idea nata nel gruppo Facebook “Io leggo il romanzo storico”, prende vita questa antologia i cui proventi andranno unicamente in beneficenza all’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova.


Con questo appuntamento, conosceremo nel dettaglio gli autori e i loro racconti che hanno dato vita a questa raccolta carica di emozioni. Un viaggio unico, attraverso i secoli, passando da ere antiche per giungere alla Seconda Guerra Mondiale.

Iniziamo presentando il racconto che ho scritto per il progetto. Un Venerdì sull’Isola di Mas Afuera.

Ecco la brevissima sinossi: 

  Arcipelago di Juan Fernandez, Cile,1707.  Il Contador getta l’ancora davanti all’isola di Mas Aufera. L’ufficiale spagnolo Yeray è incaricato dal suo capitano di inoltrarsi sull’isola per rifornire le riserve d’acqua. Lo spagnolo, così, si addentrerà nella foresta tropicale dove farà un bizzarro incontro con l’unico abitante dell’isola… 

A cosa mi sono ispirata per questo racconto? A una storia vera che qualche mio lettore già conosce. Infatti si tratta di un breve spin – off di “Royal Fortune” e sull’isola cilena incontreremo un personaggio storico, realmente esistito.
Ma non vi svelo altro, e vi lascio un brevissimo assaggio del racconto.
«Dove mi trovo?» chiese.
«A casa mia» rispose l’uomo.
«Per l’amor di dio, vivete qui?»
«Sì» fece una pausa, poi sorrise. «Sapreste dirmi in che anno e in che giorno ci troviamo?»
«È venerdì, l’otto di luglio dell’anno 1707.»
L’altro fece un grugnito e si mise a contare sulle mani. «Diavolo, sono qui da quasi tre anni» borbottò infine.
«Sì può sapere chi siete e che vi è successo?»
«In fede mia, vorrei davvero raccontarvi tutto, non parlo con anima viva da quando mi hanno abbandonato su quest’isola ma temo che non ci sia tempo» si zittì e tese l’orecchio. «Vedete? I vostri compagni vengono a cercarvi.»
«E qual è il problema, venite con noi, vi porteremo in salvo.»
«Non vi siete accorto che sono uno scozzese? Quindi il vostro capitano mi prenderà per inglese e m’impiccherà, di certo pensando che solo un corsaro può venir lasciato su un’isola a marcire, cosa che di fatto è vera, quindi no, preferisco rimanere qui con le mie capre, se non vi spiace.»
L’antologia è in vendita su Amazon, Kobo e tutti i principali store on –line.

Il trailer dell’antologia:

 

Royal Affair – Politica e passione nella Danimarca del XVIII

 

Anno 1768, Danimarca. La principessa Matilde Carolina, sorella di Giorgio III,  e ultima figlia di Federico Luigi d’Hannover, a soli quindici anni, sposò il  cugino, il giovanissimo re di Danimarca, Cristiano VII.

 
In un’epoca in cui i matrimoni non contemplavano i sentimenti, l’unione tra Carolina e Cristiano si rivelò subito un disastro. 
La giovane principessa inglese era affascinante, in grado di attirare l’attenzione degli uomini su di sé, ma Cristiano mostrava segni di instabilità mentale. I suoi comportamenti scellerati lo portavano a frequentare bordelli, a fare scenate nel bel mezzo della corte. Ben presto, si rivelò un marito indifferente e un sovrano poco attento alle esigenze del governo.
Carolina, invece, dimostrava un carattere molto indipendente, donna vivace e talentuosa, veniva spesso criticata dalla severa corte danese. I suoi comportamenti stridevano spesso con le regole del buon gusto che vigevano a Copenaghen.
Nemmeno il tanto atteso erede al trono servì a migliorare le cose. 
 
L’ARRIVO DEL MEDICO DI CORTE – Dopo la nascita del principe Federico, nel1768, Cristiano partì per un viaggio in Europa. Tornò circa un anno dopo, con al seguito un medico di corte incontrato lungo il viaggio.
SI trattava del tedesco Johann Friedrich Struensee.
Joahann fu accolto con grande favore a corte, poiché era l’unico in grado di tenere a bada le turbe psichiche del sovrano.
L’influenza positiva del medico di corte sul re portò numerosi giovamenti. Per merito suo Cristiano riuscì ad avvicinarsi alla regina e migliorare il suo ruolo all’interno del consiglio privato.
 
AMANTE E RIFORMATORE –Carolina fu subito affascinata dalla personalità di Struensee, forse proprio per il modo in cui era riuscito a migliorare il carattere ingestibile e malato di Cristiano, e finì per instaurare una relazione amorosa insieme a lui.
Il medico tedesco, inoltre, era un accanito riformatore e un sostenitore dell’illuminismo. Joahnn portò il vento fresco delle riforme in un paese come la Danimarca, ancora molto chiuso rispetto agli altri paesi europei.
Il breve miglioramento di Cristiano, tuttavia, durò poco. Il re, nel 1770 s’isolò, la malattia mentale degenerò e  la guida del paese passò interamente al consiglio privato. Struensee, aiutato dalla regina, governò attraverso il re, e riuscì infine a ottenere un ruolo di primaria importanza all’interno del consiglio.
L’autorità del medico di corte crebbe a seguito dell’ulteriore peggioramento del re. Il partito della regina divenne politicamente sempre più forte, e in sedici mesi Struensee attuò un gran numero di riforme, volte a migliorare la vita del popolo danese. Riforme di preciso stampo illuministico che andarono contro le antiche tradizioni danesi e che costarono al tedesco l’antipatia degli altri membri del consiglio.
 
LA NASCITA DELLA PRINCIPESSA LUISA –Nel frattempo, la relazione amorosa tra Struensee e la regina si faceva sempre più intima e calorosa. Carolina, all’apice di una felicità che la vedeva realizzata come donna e regina, non mostrava alcuna prudenza. Cavalcava in compagnia del medico, attirando quasi subito l’ira dell’intera corte. La relazione divenne presto uno scandalo di pubblico dominio. Il comportamento, considerato indecente, della regina inglese si confondeva con la crescente importanza politica di Struensee che difatto era diventato il vero re di Danimarca.
Gli altri nobili, ormai in ombra ed estromessi del tutto dalle decisioni di governo, si allearono con la regina vedova, seconda moglie del padre di Cristiano,  Giuliana Maria di Brunswick-Lüneburg.
La nascita della principessa Luisa Augusta, senza alcun dubbio generata insieme a Struensee, portò ad accelerare il piano per liberarsi dell’incomodo medico di corte e dell’impudente regina.
 
L’EPILOGO – Cristiano, ormai completamente in balia della sua malattia mentale, venne convinto con facilità a firmare l’ordine di arresto. Gli amanti furono arrestati.
Struensee finì sul patibolo. La regina esiliata a Celle.
Celle, luogo di nascita della bisnonna di Matilde Carolina, Sofia Dorotea di Celle.
Sofia, che a sua volta fu esiliata ad Alhden dal marito Giorgio a seguito della presunta tresca amorosa con un conte svedese. Una donna che passò molti anni in esilio, che vide il marito diventare primo re di Gran Bretagna della casata Hannover, e Melusine, amante ufficiale di Giorgio I, occupare di fatto il ruolo di regina che spettava a lei. E che, con ogni probabilità, si portava nel cuore lo stesso torento di Matilde Carolina: la certezza di aver perso per sempre l’uomo che amava. Infatti, il conte svedese, sparì in circostanze misteriose prima del suo esilio. Ormai è quasi accertato che fu Giorgio a far assassinare l’amante della moglie.
Matilde passò diversi anni in esilio, condividendo i passi della bisnonna, per poi morire in solitudine di scarlattina. Aveva solo ventitré anni e non rivide mai più i suoi figli. Il fratello Giorgio III non le consentì di tornare in Inghilterra a causa del tradimento con Struensee.
 
PERSONALITà SCOMODE – Quanto ha influito la relazione amorosa che univa Matilde Carolina a Joahnn? Forse, a conti fatti, poco. La tresca amorosa fu il mezzo per liberarsi di un uomo dall’idee illuministiche, pericoloso polticamente, che stava rivoluzionando l’intero regno danese.
Dall’altro lato, Matilde Carolina, proprio come la bisnonna, era una donna indipendente, che non riusciva a sottostare ai dogmi di corte.
Una prudenza maggiore, nel nascondere la loro relazione, forse li avrebbe salvati dalla tragedia.
Il figlio di Carolina Matilde e Cristiano, Federico VI di Danimarca, fu un re liberale che, in sostanza, attuò le riforme di applicata da Struensee che furono abolite dopo la sua esecuzione.

 

Speciale Ricorrenze – Rember Rember the Fifth of November – Guy Fawkes e la congiura delle polveri.

Oggi parliamo di una ricorrenza che fa parte della tradizione Britannica. La cosiddetta Guy Fawkes Night del 5 di novembre. In questo giorno, in Gran Bretagna, si accendono falò e si bruciano fantocci per festeggiare il salvataggio del re, scampato alla congiura delle polveri.
Il 5 novembre 1605, infatti, Guy Fawkes e altri congiurati, avevano programmato un attentato che prevedeva di far saltare in aria l’intero parlamento inglese, uccidendo, in un solo colpo, il re Giacomo I, la sua famiglia, i parlamentari e i nobili più in vista del regno. Il 5 di novembre del 1605 era infatti prevista la cerimonia per l’apertura delle sessioni parlamentari.

Fawkes e gli altri congiurati erano cattolici e, con questo attentato, speravano di indurre una rivoluzione all’interno del regno, con l’obiettivo di portare sul trono inglese un re cattolico.
Guy Fawkes fu arrestato da alcune guardie che lo colsero in flagrante mentre stava per dare fuoco alla miccia nelle cantine del palazzo del parlamento.

Fu arrestato e portato nella Torre di Londra per interrogarlo e scoprire i nomi degli altri congiurati. In Inghilterra la tortura era illegale, andava richiesta dal re in persona
Giacomo quindi scrisse un ordine di suo pugno che recitava :  «Che lievi torture vengano inizialmente utilizzate su di lui, et sic per gradus ad maiora tenditur» [e quindi vengano incrementate sino alle peggiori], «e che Dio possa affrettare il vostro buon lavoro». 
Fawkes confessò così i nomi dei congiurati e furono tutti processati e condannati. Il 31 gennaio del 1606, Fawkes e gli altri colpevoli furono portati di fronte a Westminster dove furono impiccati, squartatati e decapitati. La pena capitale riservata ai traditori.

Da allora, ogni il 5 di novembre, si festeggia la salvezza del re e l’attentato scampato. Una festa che ha avuto una grande importanza in Inghilterra. Era l’affermazione della religione anglicana contro lo spettro del papismo. Non a caso, negli anni dopo la gloriosa rivoluzione fino al 1745, la festa prese una caratterizzazione fortemente anti – giacobita. 

Durante questa ricorrenza, si bruciano dei fantocci che rappresentano Fawkes, ma, spesso, sono stati anche un sostituto del Papa di Roma.
In Inglese, viene chiamata Guy Fawkes Night o Bonfires Night, ed è accompagnata da spettacoli pirotecnici.
Verso la fine del diciottesimo secolo, i bambini iniziarono a girare per le strade, alcuni giorni prima della ricorrenza, chiedendo “Un penny per il ragazzo” – “A penny for the Guy“.

Alcuni storici sostengono che la Bonfire Night sia stato un modo per rimpiazzare le cattoliche ricorrenze All Saints Eve (la vigilia di Ognissanti, che nel corso del tempo si è trasformata in All Hallow’s Eve e infine in Halloween ) e il giorno di Ognissanti. Festività che rimpiazzavano a loro volta, l’antichissima festa celtica di Samhain, le cui celebrazioni prevedevano l’accensione di fuochi sacri.

Questa è la filastrocca che ricorda gli avvenimenti del 5 novembre 1605.


« Remember, remember,

the fifth of November,

Gunpowder, treason and plot.

I see no reason

why Gunpowder treason

Should ever be forgot! » 

« Ricorda, ricorda,
il cinque novembre,
polvere da sparo, tradimento e complotto.
Non vedo alcuna ragione
per cui la Congiura delle Polveri
dovrebbe mai essere dimenticata! »




#ioleggoilromanzo storico – Approfondimento – Il tunnel Borbonico di Napoli

La scorsa settimana siamo scesi nei sotterranei di Edimburgo, oggi invece scopriremo il tesoro nascosto sotto una delle città più suggestive, intense e cariche di storia della nostra penisola. Napoli.
Il  capoluogo partenopeo è denso di monumenti, vicoli e luoghi d’interesse. È facile perdersi nel dedalo di vie e farsi ammaliare dal fascino di tutte le vicende storiche di cui la città è stata testimone. Per girare Napoli e godere di ogni sua sfaccettatura, occorrono giorni sia per visitare la superficie… sia per addentrarsi nel sottosuolo.


Sono diversi gli accessi alla cosiddetta Napoli Sotterranea ma oggi ci occuperemo di un vero e proprio gioiello nascosto: Il tunnel Borbonico.

Il 19 febbraio 1853 con un decreto reale, il re Ferdinando II di Borbone ordinò la costruzione di una via sotterranea che doveva collegare Largo della Reggia (oggi conosciuta come Piazza del Plebiscito9 a Piazza della Vittoria passando sotto il colle di Pizzo Falcone.
L’opera era incastrata nel grande disegno di opere pubbliche previste dal re, prevedeva due marciapiedi e nascondeva sotto l’aria di una via fruibile per tutti, una celere e personale via di fuga per la famiglia reale e il suo esercito.

I rapporti tra il re e i napoletani, infatti, in quel tempo non erano dei migliori. Il re aveva promesso al suo popolo diverse leggi costituzionali che non erano poi state promulgate, guadagnandosi l’inimicizia dei napoletani.

I lavori furono affidati aErrico Alvino che iniziò a scavare sotto nel suolo della città. Riuscì a creare una strada lastricata, riuscendo a vincere i numerosi ostacoli che il sottosuolo presentava.

L’ostacolo più grande era costituito dalle giganti cisterne dell’acquedotto Carmignano (1627-1628). Il sistema era all’epoca ancora in uso e riforniva i napoletani di acqua. 
Apro qui una piccola parentesi. Vi sarà capitato di sentire che Napoli, in passato, ha avuto diverse epidemie di colera. Il motivo era proprio il sistema di cisterne. I pozzi che stavano nel sottosuolo, subivano spesso le infiltrazioni che colavano dal sistema fognario inglobato in superficie. Le perdite, spesso di difficile individuazione, infettavano l’acqua potabile, causando il colera.

Alvino riuscì, con grande meraviglia di tutti, a superare l’ostacolo delle cisterne costruendo due ponti sopra i grandi pozzi sotterranei, evitando così di togliere l’acqua ai napoletani.

Il Tunnel venne inaugurato nel 1855 dal re in persona, eppure non venne mai completato. Nell’ultimo tratto i problemi del terreno ostacolarono l’avanzata e la conseguente morte di Ferdinando II ne bloccò definitivamente i lavori. Francesco, il successore, si ritrovò ad affrontare problemi molto più grandi. All’orizzonte si intravedeva il futuro Regno d’Italia….

Il tunnel cadde così in disuso, come il sistema delle cisterne, dopo l’adozione dell’acquedotto a pressione. Tutto cade nel dimenticatoio, fino a quando i terribili eventi della Seconda Guerra Mondiale, non costrinsero il genio militare a trovare un rifugio per i napoletani, bombardati dagli alleati nel tentativo di cacciare i nazisti.
Il genio chiuse le cisterne con un sistema di pavimentazione, imbiancò le pareti con la calce viva, costruì le latrine e sistemò brande nelle immense “camere” ricavate dalle cisterne.
Migliaia di napoletani si trasferirono nel sottosuolo, dove rimasero per mesi, quasi anni. Gli allarmi aerei infatti erano continui e numerosi.

Con la fine della guerra, il tunnel ricade ancora una volta nel dimenticatoio, nel corso degli anni, viene usato come deposito giudiziario per i mezzi sequestrati e discarica di macerie da costruzione.

Nel 2005 il tunnel viene ritrovato da due geologi durante un sopralluogo. Grazie a numerosi volontari, le macerie vengono tolte e viene così riscoperto il ponte di Alvino, il lavoro del genio militare, le cisterne del 1600, le brande, i giocattoli, gli effetti dei rifugiati, le scritte sui muri e anche il deposito della motorizzazione.

Nell’ultima parte del tunnel, infatti, si possono ammirare i resti di decine di automobili e vetture dell’epoca più svariate, dalla balilla alla cinquecento, con vari ibridi creati dall’estro napoletano, come una moto composta da svariati pezzi di altri veicoli.
Si può anche ammirare il canale creato dagli scavi per la linea della metropolitana i cui lavori intercettarono il tunnel per sbaglio.


Non vi resta che scendere nei meandri di Napoli Sotterranea e attraversare la storia.

#ioleggoilromanzostorico – Le Volte di Edimburgo



Edimburgo è una città carica di fascino e merita di essere visitata almeno una volta nella vita, per godere della suggestiva visione che offre Castle Rock, il principale dei sette colli su cui è stata costruita  e perdersi nei numerosi avvenimenti storici di cui è stata teatro.

La Old Town, la città vecchia, è separata dalla parte “nuova” da Princes Street e dai suoi giardini. 
La città vecchia conserva la sua struttura medievale, con gli antichi edifici risalenti al periodo della riforma protestante che si affacciano sulla famosissima “Royal Mile“, un rettilineo che attraversa tutto il borgo e che unisce il Castello di Edimburgo con il palazzo di Holyrood.
Su questa via si affacciano edifici di notevole interesse storico, come la Cattedrale di Sant’Egidio.
In questo approfondimento, tuttavia, non parleremo di ciò che c’è in superficie ma di quello che invece si nasconde nel sottosuolo.

Nel diciottesimo secolo Edimburgo era una città in piena espansione, così venne realizzato un ponte, il South Bridge, per permettere la costruzione di nuovi edifici e collegare la Old Town a Southside.

Il progetto, ideato nel 1775 venne portato a termine nel 1785. Il ponte fu realizzato su una struttura di diciannove archi che andavano a formare decine di “stanze” sotterranee.

Si pensò così di utilizzare anche questi ambienti, seppur chiusi e privi di finestre. Per oltre trent’anni, le volte del ponte Sud ospitarono botteghe e negozi di artigiani ma presto caddero in disuso, proprio a causa della completa mancanza di aria e di luce naturale.


Gli artigiani abbandonarono le volte, per lasciarle in mano alla delinquenza comune e ai più poveri della città. 
Le “stanze” divennero un luogo di perdizione. Nella penombra vennero commessi crimini e violenze, come nel caso dei Serial Killer irlandesi “Dynes” Burke e William Hare, che facevano ubriacare le persone più emarginate della città per poi rapirle, portarle nelle volte e ucciderle. 

Perché lo facevano? Per vendere i cadaveri alle università di medicina che li avrebbero usati per insegnare agli allievi. A quel tempo era proibito usare i cadaveri a scopo didattico e quindi si era creato un vero e proprio mercato, con bande organizzate che andavano a dissotterrare i corpi dai cimiteri. Burke e Hare avevano trovato un modo alternativo per sbaragliare la concorrenza.

La camera bianca, (quella più pericolosa delle volte, se credete a queste cose) fu invece teatro di un efferato omicidio. Una prostituta venne uccisa in maniera brutale e pare che il suo assassino non voglia in alcun modo abbandonare il luogo del crimine.
Entrandovi potreste, infatti sentire dei passi alle vostre spalle, oppure essere tirati e strattonati in malo modo. Molti che sono entrati in questa stanza, un volta a casa, si sono ritrovati  strani lividi sulle spalle. 
Pare che sia tutta opera di Mr. Boots, l’assassino della prostituta, chiamato così proprio perché manifesta la sua presenza con il suono degli stivali che rimbombano nelle volte.


Numerosi altri fantasmi popolano questi luoghi, una donna arrabbiata per la perdita del figlio, Jack, il bambino che prende per mano i visitatori e il calzolaio che non ha ancora smesso di lavorare nella sua bottega…

Che crediate o meno nel paranormale, vale la pena visitare questi luoghi carichi di storia e mistero.
Avete due alternative per farlo: di giorno alla luce del sole,  oppure aggregarsi a uno dei tour che partono nel cuore della notte…

Immaginate ora di scendere a 25 metri sottoterra, di seguire una guida incappucciata e armata solo di candela e di inoltrarvi in una serie di volte oscure, basse e umide. La candela disegnerà sulle pareti ombre dalle forme lugubri: ci vorrà un attimo per pensare di non essere soli e che vi siano ben altre presenze oltre al gruppo di turisti con il quale siete scesi…

Dietro le quinte – #PillolediFortune – La porta del non ritorno e la tratta degli schiavi

La chiamano la porta del non ritorno» Selkirk diede alla voce un tono lugubre e sinistro guardando Atkins con una faccia seria e contrita. Il chirurgo della Swallow fissò gli occhi curiosi sulle mura che si ergevano a difesa della costa.
I cannoni erano bocche spalancate che osservavano minacciose il gruppo di scialuppe che si stavano avvicinando all’entrata.
«Perché questo nome?» domandò Atkins.
«Non lo sapete sul serio?»
«No!»
Alexander indicò l’enorme schiavo nero che il chirurgo si portava sempre appresso. La faccia seria e le mascelle squadrate del capitano Tomba gli mettevano inquietudine. «È qui che la maggior parte degli schiavi neri viene ammassata prima di partire per le Indie» raccontò.
Le mascelle di Tomba ebbero un fremito e Selkirk si chiese se l’uomo avesse capito il senso delle ultime parole che aveva pronunciato.
[…]«Venite Atkins, vi faccio vedere una cosa» Alexander prese il medico per un braccio e lo fece affacciare in una delle costruzioni più piccole. Nel centro del pavimento si apriva una grata e da sotto provenivano urla e parole in lingua sconosciuta. Il chirurgo si affacciò, sotto vide centinaia di mani, gambe e volti, ammassati uno sugli altri. 
«I vasconi degli schiavi» spiegò Selkirk.[….]
(da The Rolling Sea – Royal Fortune)

La porta del non ritorno.Questo brano tratto da Royal Fortune, il mio ultimo romanzo dedicato alla vita di John Roberts, pirata realmente esistito, descrive il castello di Cape Coast, in Ghana. Si tratta di un castello fortezza, costruito dagli svedesi e in principio usato per il commercio di legname oro.

Con gli inglesi e la Reale Compagnia Africana divenne la base del commercio degli schiavi. Veniva chiamato “porta del non ritorno” perché nel castello venivano ammassati gli schiavi catturati in Africa e in attesa di essere incatenati nelle navi “negriere”, per poi essere trasportati nel cosiddetto “Nuovo Mondo”.

Era l’ultima tappa di un viaggio triste e pieno di sofferenze, spesso gli schiavi erano catturati da tribù rivali, che si accordavano con i bianchi per vendere i prigionieri.
Il castello di Cape Coast, con le sue mura e i cannoni minacciosi, erano l’ultima cosa che gli schiavi vedevano prima di lasciare l’Africa per sempre.

Nel XVIII secolo si raggiunse il punto più alto di questo commercio.  
Furono proprio i Britannici che, dopo aver “ingrassato” l’impero con questo odioso commercio, iniziarono una politica di abolizionismo.

L’abolizione della tratta. Nel 1772, in Inghilterra, venne decretato il seguente principio “ogni schiavo fuggitivo che riesca a calcare suolo inglese sarà considerato un uomo libero”. Nel 1789 venne fondata l’associazione per l’abolizione della tratta, nel 1807 la Camera dei Comuni promulgò il divieto di attracco delle “negriere” nei porti inglesi e nel 1815 la Marina Britannica si occupò di far rispettare il “divieto internazionale di commercio degli schiavi” su mandato del congresso di Vienna.

In America la questione dell’abolizione portò alla guerra di secessione tra Nord e Sud. Il risultato fu “La proclamazione di emancipazione” per gli ex- Schiavi.




I pirati. I predoni del mare ebbero un ruolo anche in questo tipo di commercio. Gli schiavi erano merce, esattamente come lo zucchero, le stoffe, il tabacco e le pietre preziose. Molti capitani pirata si limitavano perciò a saccheggiare le “negriere” del carico umano per rivenderlo al miglior offerente sui mercati di contrabbando dove gli schiavi erano molto richiesti. 

In altri casi gli uomini di colore venivano arruolati tra le fila dei pirati. Spesso però erano relegati ai compiti più umili e gli veniva impedito di indossare armi.
Vi erano poi capitani che, invece, vedevano negli schiavi neri arruolati una grossa opportunità. Uomini forti, abili al combattimento e di certo carichi di rancore. Delle vere proprie “armi” da usare durante l’arrembaggio. In questi casi gli ex-schiavi si integravano con il resto della ciurma, divenendo uomini liberi che godevano degli stessi diritti dei bianchi.

Uno dei capitani che ebbe questo atteggiamento nei confronti degli schiavi fu proprio John Roberts:

Roberts riprese la parola. «Dai dei moschetti a loro, piuttosto» indicò gli uomini di colore, impegnati a lavare il giardinetto.
«Sono negri!» Anstis fece un’espressione di disgusto.
«Lo so, e qui tutti abbiamo lavorato sulle negriere, sappiamo come vengono trattati. Ditemi, avete mai assistito a una loro rivolta?» Roberts si stava infervorando, gli occhi saettavano su ogni volto, pronti a trovare uno sguardo d’intesa.
Valentine rispose a quella muta richiesta d’appoggio. «Io ne ho vista una: hanno fatto a pezzi un loro carceriere».
«Immaginatevi di essere presi dal vostro villaggio, strappati alla vostra famiglia. Vi fanno camminare per mesi nella foresta, incatenati. Vi portano sui velieri, vi denudano, vi frustano. Che fareste se vi dessero la possibilità di ammazzare gli uomini bianchi che per anni vi hanno fatto questo?» la voce carismatica di Roberts aveva zittito persino gli altri della ciurma impegnati nel lavoro.
«Farei un massacro» rispose Little David.
«Sono una risorsa e ne avete già avuto la prova.»