La discarica dei cattivi sentimenti

Come mai consideriamo Facebook la discarica delle nostre peggiori emozioni? È un quesito che mi frulla in testa da qualche tempo.

Meditavo di fare questo articolo da un po’. Ero indecisa, non mi andava di unirmi al coro delle critiche sui guai della nostra epoca né di demonizzare l’uso dei social. Volevo solo fare qualche riflessione a seguito del crescente disagio che spesso provo entrando su Facebook.

 Per me, il social inventato da Zuckerberg è sempre stato un importante mezzo di comunicazione. Un veicolo potente per condividere le mie passioni, la professione che ho scelto, le esperienze di vita.

La condivisione, infatti, è il motore principale del meccanismo social. La definizione del verbo condividere trasmette una sensazione positiva, l’idea di un’unione tra persone sconosciute che tuttavia amano, riflettono e discutono su interessi comuni, su progetti simili e via discorrendo.

Quella riga bianca che compare sulla nostra home con la scritta in grigio “A cosa stai pensando?” è un’opportunità per fare amicizia, farsi conoscere, parlare della vita. Esprimere un’opinione. Non a caso Facebook è il luogo che ha visto nascere alcune delle amicizie più vere e importanti della mia vita. Dunque è un mezzo positivo, se usato nel modo corretto, tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, fatico ad avere un rapporto sereno con questo social, vittima, a mio avviso, dei cosiddetti “stato-insulto” che si travestono da opinione.

Opinione. Un’altra parola che sul social è virale. Ognuno di noi può aprire il pc o lo smartphone e scrivere la propria opinione su qualsiasi cosa l’abbia colpito. Una libertà che, quanto meno all’inizio, poteva essere qualcosa di positivo, un veicolo per farsi ascoltare, per rendersi conto di non essere da soli a pensarla a quel modo, ma l’opinione è diventata delirio di onnipotenza. Quella domanda posta da Facebook ha scoperchiato il vaso di Pandora, tirando fuori il lato più brutale della maggior parte di noi.

Ma qual è il vero significato del termine Opinione? Lo conosciamo ancora?

opinióne (ant. oppinióne) s. f. [dal lat. opinio -onis, affine a opinari «opinare»]. – 1.Concetto che una o più persone si formano riguardo a particolari fatti, fenomeni, manifestazioni, quando, mancando un criterio di certezza assoluta per giudicare della loro natura (o delle loro cause, delle loro qualità, ecc.), si propone un’interpretazione personale che si ritiene esatta e a cui si dà perciò il proprio assenso, ammettendo tuttavia la possibilità di ingannarsi nel giudicarla tale: fino a che non sia dimostrata la verità, tutte le opossono essere ugualmente vere o false; o. valida, probabile, assurda; l’o. dei più, della maggioranza; o. radicata, inveterata; è ormai o. invalsa, prevalente, comune, generale, unanime, universale; formarsi un’o. propria; dire, esprimere la propria o.; io la penso così, ma, ripeto, questa è solo una mia o. (o una semplice o., nulla più che un’o.); secondo la mia modesta o., oppure la mia debole o. sarebbe che …, modi di presentare modestamente il proprio giudizio, di esprimere un parere o di affacciare una proposta; non mi sono fatto ancora un’o. in merito; sono convinto della mia o.; mi confermo sempre più nella mia o.; nonostante la smentita dei fatti, rimango della mia o.; anche questa è un’o., frase (spesso iron.) ecc. ecc.

45775L’opinione non è verità assoluta, ma il riflesso di un pensiero formulato in base all’esperienza, alla cultura, alle convinzioni personali della persona che la esprime. Su Facebook, invece, la Home non è un insieme di valutazioni soggettive ma di sentenze. Di idee personali spacciate per verità cosmiche, il tutto condito da toni di rabbia, critica, polemica.

Poche frasi del tipo “A me piace il bianco, lo trovo uno splendido colore”. Al contrario sono numerose quelle così composte:“Il bianco è l’unico colore possibile e tutti quelli che non lo amano non capiscono un emerito…c..o”

Si dà peso alla propria opinione sminuendo tutte quelle degli altri a suon di insulti. Apriti cielo quando poi si scatena la discussione nei commenti, il minestrone di insulti è presto servito.

Spesso mi capita di aprire Facebook e di chiuderlo subito dopo in preda al fastidio. Quasi in maniera inconscia avverto nervosismo, voglia di litigare, sensazioni negative.

La colpa è di Zuckerberg? Dei social? No, per quanto mi riguarda, la colpa è della voglia di farsi notare a suon di polemica e commenti taglienti, mascherati sotto una patina di ironia e acume che non è altro che cattiveria latente. In troppi su quella famosa riga bianca, riversano parole che, faccia a faccia, non direbbero mai alle persone. Lo schermo è uno scudo forte e ci si dimentica che oltre, dall’altra parte, c’è una persona che potrebbe avere dei forti scompensi nel leggere determinate cose e andare persino in Questura.

Sì, in pochi pensano a questo tipo di risvolto. Insultano, diffamano, bullizzano, come se fossero scevri da qualsiasi conseguenza legale. Non è così, le azioni hanno sempre delle conseguenze, compreso il nostro comportamento “social”. Quanti di noi pensano a questo aspetto? Quanti si soffermavano a valutare il dolore o la sofferenza causata da una frase scritta in un commento o in uno stato? Uso il plurale, perché, senza dubbio, nel corso degli anni, io stessa avrò commesso errori di questo tipo. Di certo avrò esagerato in qualche contesto, specialmente quando dall’altra parte ho incontrato provocatori e bassa educazione., perché questo gioco è un circolo vizioso, nessuno è immune, finiamo fagocitati, quando meno ce lo aspettiamo, da questo clima di rabbia, aggressività, cinismo e qualche volte invidia.

Scommetto che in tanti, leggendo queste parole, diranno che la cura per i più deboli di cuore, per gli animi sensibili, è quella di non leggere gli stati incriminati, perché la bacheca personale è libera e Facebook ha tutta una serie di impostazioni in grado di nascondere agli occhi parole a noi poco gradite.

Sì, in effetti, e senza alcun dubbio, è la via più facile. “Occhio non vede cuore non duole”, ma il punto è che sarebbe invece il caso di comprendere e pensare che non si tratta di un gioco. Facebook non è una realtà virtuale. Può piacere o meno ma è un’estensione della realtà in cui viviamo. Non ci sono persone in carne ed ossa, ma è come se vi fossero. Dubito fortemente che la maggior parte di noi faccia determinate sparate alla “Sgarbi”, passatemi il termine, quando si trova sul posto di lavoro, a scuola, in famiglia e tra amici. Di persona scatta un filtro automatico che ci impone di pensare, calibrare il tono e mediare tra noi e l’altro.

Per il semplice motivo che dal vivo la conseguenza di una parola sbagliata può essere spiacevole e causare dolore a noi e a chi l’ha ascoltata.

Perché mai non dovrebbe essere così anche su Facebook? Come mai decidiamo che la nostra bacheca è una zona franca libera da qualsiasi regola di educazione, civiltà e buon senso? Da dove è scaturito questo assurdo delirio di onnipotenza che genera mostri e trasmette un disagio che si somma ai problemi quotidiani che ognuno di noi vive oltre quel benedetto schermo?

Non ho una risposta a questa domanda, non ho le competenze per spiegare i meccanismi dietro a questo tipo di comportamento.

Posso dire, però, che preferirei vedere la Home intasata di foto, idee, entusiasmo. Di discussioni pacate, anche estreme, perché no, ma senza rabbia e violenza verbale. Si deve parlare solo di sentimenti positivi? No, certo che no, la vita non è solo gioia. Possiamo parlare di tutto, l’importante è ricordare che siamo in pubblico, non in privato. Mi piacerebbe portare le mie teorie a chi la pensa diversamente da me, e magari riuscire persino a cambiare idea su determinate questioni.

Non voglio un’esplosione mielosa di fiori e cuoricini, ma un confronto vero, scevro da giudizi precotti e livore. Vorrei non dover impormi di passare oltre per non arrabbiarmi.

Il mondo è bello perché è vario, ognuno di noi avrà sempre un approccio diverso, e questo post è solo una riflessione maturata dopo diversi litigi in cui sono stata coinvolta in prima persona e altri a cui ho solo assistito. Situazioni che mi hanno provocato disagio, ansia e attacchi di panico.

Facebook ci permette di raccontare la nostra storia e il web è un posto dove ogni download (7)cosa è quasi eterna. Siamo sicuri di voler affidare al mondo una storia che racconta di rabbia e polemica? Sicuri, sicuri che non abbiamo niente di meglio da offrire ai nostri simili?

Io credo che ci sia molto altro da raccontare e condividere… basta solo pensare che i tasti del PC sono un’opportunità, non una discarica.

 

Video recensione “La Luna e il Mare” di Patrizia Ines Roggero

La Luna e il Mare è uno di quei romanzi da cui non riesci a staccarti. Intenso, carico di sentimenti e di passione, pieno di avventura. Ecco una mia riflessione su questa bellissima storia.

Pirati, arrembaggi, nemici che tramano nell’ombra e una storia d’amore indimenticabile.

51mQVqBk1ALTrama:

Il più temuto dei pirati e la bella moglie di un vicegovernatore.
Amici, amanti, anime gemelle divorate da una passione che avrà conseguenze alle quali non potranno sfuggire.
L’amore li unisce, il destino si fa beffa di loro.
Una storia intrecciata al mistero di oscure premonizioni e alle note cristalline di un clavicembalo. Nei Caraibi del XVII secolo, tra battaglie e antichi rancori che sconvolgono il presente in una spirale di vendette all’ultimo sangue.

Serie Romantic Pirates:
#1 Sono solo un marinaio
#2 La luna e il mare

http://www.patriziainesroggero.it


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L’autrice:

21905672_10214333148350402_1722011052_nPatrizia Ines Roggero nasce a Genova nel 1979.
È un’autrice di romance ed erotici storici. Ad oggi ha pubblicato i romanzi Sono solo un marinaio, Il brigante di Corte, Il sentiero della passione, la trilogia Paradise Valley e il racconto Asso di cuori (collana Passioni romantiche – Delos Digital).
Alcuni suoi racconti sono presenti nelle antologie di Puntoacapo Edizioni, Delos Books, nei progetti di Io Leggo Il Romanzo Storico e di EWWA European Writing Women Association.

Sposata e mamma di una bambina, è correttrice di bozze e grafica. Appassionata di storia americana, ama tutto ciò che riguarda l’epopea western e la cultura dei Nativi Americani. Collabora con il sito Farwest.it come articolista e, insieme ad altre tre autrici, è la fondatrice del gruppo Facebook Io Leggo Il Romanzo Storico

 

Regina Rossa Prologo e Primo Capitolo – On line dal 1 dicembre 2017

Oggi ho deciso di pubblicare il prologo e il primo capitolo del mio romanzo “Regina Rossa” in uscita il 1 dicembre 2017 e già in prenotazione QUI.  

Un romanzo a cui sono molto affezionata e nei prossimi giorni vi svelerò qualche retroscena. Intanto, se volete, potete iniziare a leggere le prime pagine…

Sinossi:

Londra, 1711

Il The Pelican, soprannominato da tutti “La taverna del diavolo”, è un luogo di perdizione e contrabbando dove ogni morale è bandita. A capo di questa bolgia infernale c’è Cathelin, indiscussa regina che ha ereditato il comando dal padre. Una donna giovane, dalla bellezza irresistibile, esperta e determinata a mantenere il suo ruolo di comando. È abituata a togliersi ogni capriccio, così, quando incrocia gli occhi di John Roberts, crudeli e impietosi come un giorno di pioggia, decide di lasciarsi travolgere dalla passione che solo un incontro tra due sconosciuti è in grado di regalare. Le conseguenze, tuttavia, saranno impreviste e pericolose.ReginaRossabyRomanceCoverGraphic Modificata.jpg

Inghilterra, Galles, 1695

Era notte fonda e i raggi di una luna stanca si allungavano sul pavimento. La sua esile e tremula ombra danzava sul muro, e i singhiozzi della madre filtravano da sotto la porta, insieme al bagliore del camino. Un palpitare incerto, rosso e arancione che tentava di lambire l’oscurità. Il cuore pulsante di un focolare, il respiro affannoso di una casa che, presto, non sarebbe più stata la stessa.

Trattenne il respiro. Lo fermò in petto, insieme a decine di pensieri, e voltò gli occhi sulle figure dei fratelli addormentati: sembravano sereni, il loro fiato appena percettibile. E oltre quei grovigli fatti di coperte e capelli spettinati si stagliava la porta dell’ultima stanza.

I piedi si mossero incerti. La pelle nuda che si scorticava sul legno. La mano gracile e diafana si posò sulla maniglia. Il russare ritmico del nonno lo raggiunse all’improvviso e lo fece sussultare.

Aprì l’uscio. L’odore penetrante di fango e cavallo lo colpì e gli strinse le viscere sotto la paura di ciò che stava per fare. Le natiche gli dolevano ancora per le botte ricevute il pomeriggio, quando aveva deciso di opporsi alla dura sentenza dell’uomo che dormiva di fronte a lui. Nell’oscurità, la grande mole di suo nonno era ancora più spaventosa. Ciuffi di capelli sudici ricoprivano la testa e il volto era un ispido groviglio di barba. Lo fissò, il cuore che batteva più forte.

Schioccò il labbro, un gesto che faceva spesso quando si sentiva nervoso o arrabbiato, ma s’impose di essere forte, stava per compiere tredici anni, era quasi un uomo ormai. Rimase a fissare il volto del nonno ancora per qualche istante, ma le palpebre celavano i duri e penetranti occhi grigi, l’unico tratto in comune che aveva con quell’uomo crudele.

 Dovette schioccare le labbra ancora una volta: anche suo padre, Samuel, aveva gli occhi dello stesso colore, ma erano sempre stati allegri, buoni, amorevoli, al contrario di quelli del nonno, freddi e gelidi. Non doveva piangere. Suo padre era morto. E non c’era modo di cambiare l’inevitabile.

Si avvicinò al baule su cui era poggiato il becco con la candela mezza consumata, la pipa e l’oggetto che voleva portare con sé. Come risarcimento. Come unico regalo per il sacrificio che stava per compiere per il bene di tutta la famiglia.

Allungò una mano tremante. Ci fu un respiro più roco del nonno. Ritrasse il braccio e chiuse gli occhi. Poi lo fece. Con velocità afferrò l’acciarino e ritornò in fretta nell’altra stanza.

Quante botte si sarebbe preso per un gesto del genere? Si chiese, mentre richiudeva la porta e vi appoggiava le spalle contro, nel tentativo di placare il cuore impazzito. Tante. Così tante da non potersi sedere per giorni. E sorrise al pensiero che l’uomo non avrebbe avuto modo di intuire la malefatta. La partenza era fissata per l’alba, tutto si sarebbe svolto troppo in fretta per accorgersi dell’ammanco.

Raggiunse la finestra e osservò la grande quercia ondeggiare contro la luce argentea della luna. Aprì la mano, e l’occhio allungato del drago lo guardò. Sembrava volerlo rassicurare, così maestoso, cesellato su quella pietra in grado di riprodurre il fuoco.

Le lacrime gli inondarono gli occhi, mentre i rami della quercia continuavano a ondeggiare, salutandolo per sempre.

Dalla porta non filtrava più alcun calore. I singhiozzi di sua madre si erano quietati. Riconobbe il canto sommesso e tremolante di sua sorella, che il giorno dopo sarebbe partita per il villaggio vicino.

Sono un giovane marinaio e la mia storia è triste
eppure un tempo ero un bravo marinaio spensierato…

Se fossi un merlo, potrei fischiettare e cantare, seguirei la nave su cui naviga il mio amore…

Scoppiò a piangere, continuò a farlo, fino a quando sfinito non cadde a terra, in balia del sonno.

In mano un drago che racchiudeva i giorni della sua infanzia. Nella testa quella canzone spezzata dai singhiozzi e l’abbraccio di una quercia che aveva accolto i sogni di un bambino.

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La Taverna del Diavolo

I

Londra, 1710

 

La mano avvolta dal pizzo nero scivolava lenta lungo il corrimano della scala. La stoffa accarezzava il legno bucato dai tarli, levigato da centinaia di avventori.

Il fumo del tabacco danzava lento nella stanza, fluttuava tra i tavoli, si appiccicava ai capelli e pizzicava gli occhi lucidi di alcol. Il brandy, corposo e ambrato, scorreva nei bicchieri, seduceva le narici e bruciava lo stomaco più delle scollature che ammiccavano dai corpetti.

E da qualche parte un violino stonato cercava di coprire le voci di tutta quella carne umana sommersa di nebbia e di peccato.

Cathelin non aveva mai scoperto quando il The Pelican si era guadagnato il nome di Taverna del Diavolo, ma non stentava di certo a capirne il motivo.

Scivolò oltre il banco, consapevole dei numerosi sguardi che si erano appiccicati addosso al suo abito nero, elegante e pregiato, capace di esaltare i capelli rossi e caldi come il migliore dei brandy. Un’altra sera di perdizione era iniziata, parecchie navi erano attraccate quel giorno, e le ciurme erano desiderose di spendere la loro paga in donne e alcol nel tentativo di cancellare i mesi per mare. Non c’era niente di diverso da tante altre sere, doveva solo aguzzare le orecchie e captare la possibilità di qualche buon affare.

«Brandy, Regina, di quello buono.»

Cathelin alzò gli occhi verdi, perplessa dal modo brusco con cui il capitano Wilkott le si era rivolto. Lo squadrò accigliata, notando le rughe che incupivano il volto brunito dal sole e dall’età. Nelle iridi scure del vecchio brillavano mostri sinistri, quella sera.

Sorrise, benevola. Prese un boccale e la migliore bottiglia. «Per voi sempre il meglio, capitano» lo blandì. Wilkott era un uomo che andava coccolato. Ci sapeva fare con il contrabbando.

Gli servì da bere e, quando alzò lo sguardo, si ritrovò a fissare due occhi grigi, penetranti, in grado di inghiottire qualsiasi cosa, come il cielo nei giorni di pioggia più cupa.

Sentì un brivido lungo la schiena mentre scivolava sul volto spigoloso e bianco del compagno di Wilkott, un pallore appena rovinato da una lieve e rossastra carezza di sole sugli zigomi e sul naso. Le labbra fini erano avvolte da un elegante pizzo di barba nera, un tricorno era calato di sbieco sulla testa e le luci delle lanterne gettavano ombre cariche di fascino e di tormento su quel viso tanto insolito.

«Il mio ufficiale in terza e mastro di rotta.» Fu la breve e piccata presentazione del capitano. «Versa da bere anche a lui.»

Ci fu un lieve spostamento delle iridi grigie verso il viso di Wilkott. Uno sguardo in tralice, affilato come un lama. «Se pensate di farmi ubriacare per evitarvi i guai, avete sbagliato, capitano.»

Wilkott s’irrigidì suo malgrado. Aveva giurato che non si sarebbe fatto intimidire dal suo ufficiale, ma quel cipiglio più freddo dell’inverno era in grado di scombussolargli i nervi.

«Perdio, siete davvero figlio di una fottuta cagna.»

L’ufficiale di rotta spostò appena le labbra di lato ed emise uno strano schiocco con la bocca, prima di assaporare il brandy che gli era stato servito.

Appoggiò il boccale sul banco e si strinse nelle spalle. «Non mi avete portato qui per parlare di mia madre.» Si limitò a rispondere.

«State in guardia. Mettersi contro di me potrebbe costarvi caro. Avete detto alla ciurma che faccio la cresta sulle vostre paghe. Volete farmi ammazzare, per caso?»

Comparve un sorriso appena accennato. «Non sono io che ho deciso di fottere i soldi a marinai affamati.»

«L’ammutinamento è un reato grave. Potreste finire a penzolare dal cappio a pochi passi da qui, al molo delle esecuzioni.»

«Anche il contrabbando può avere conseguenze spiacevoli, dopotutto.»

Wilkott intercettò un sorriso compiaciuto di Cathelin, la ignorò e fissò sgomento l’ufficiale di rotta. «Per tutti i diavoli dell’inferno, mi state sul serio minacciando?»

«Vi sto dicendo che se non ci pagate il dovuto, potreste ritrovarvi a soffrire molto di più di un povero cristo impiccato alla forca. Questi marinai hanno fatto la rotta più schifosa di tutte. Sono stati in Africa, hanno visto i loro compari morire di febbre, dopo aver passato mesi in mare e si meritano una paga. Ma se non volete dargli il dovuto, beh, sapete meglio di me cosa può fare una ciurma ammutinata. Non vi sto minacciando, sto cercando di salvare il vostro culo molle.» Un altro schiocco di labbra e l’ennesimo sorso di brandy.

«Non mi lascerò fregare la Red Hock da un bastardo come voi.» Lo fissò dritto negli occhi, e gli si gelò l’anima quando l’altro lo ricambiò con lo sguardo più torbido che avesse mai visto. «Vi denuncerò per il pazzo fottuto che siete!»

L’ufficiale si strinse nelle spalle. «Buona fortuna.» Nel dirlo gli afferrò il polso.

Wilkott rimase interdetto, ma non ebbe il tempo di reagire. Ci fu una torsione netta, precisa e letale. Le ossa del braccio scricchiolarono in maniera sinistra e poi si spezzarono con un rumore atroce.

Il dolore lancinante gli tolse il fiato, fuoco vivo che invase la testa, il cuore. La gola. Rimase sconcertato a fissare l’arto penzolare inerte lungo il fianco.

Urlò. «Maledetto figlio di puttana. Siete un bastardo! Vi denuncerò per ammutinamento!»

«Dipende in che condizioni uscirete da qui.» Fu la risposta laconica e fredda dell’ufficiale di rotta. Non si era mosso dal banco, nonostante il trambusto provocato dalla sua aggressione. Continuò a sorseggiare brandy come se nulla fosse.

Wilkott gridò aiuto, ma si rese conto troppo tardi che era stato appena circondato dalla sua stessa ciurma. Galvanizzata dal gesto del mastro di rotta, sembrava avere tutta l’intenzione di mettere in pratica le minacce appena ascoltate. Non c’era possibilità di salvezza, era in un buco scordato dal mondo, nella Taverna del Diavolo succedevano cose indicibili, lontane da ogni civiltà e da ogni legge. Un subdolo anfratto dove gli uomini di qualsiasi strato sociale potevano gettare le maschere e diventare selvaggi, una foresta di peccato così intricata che i gendarmi si guardavano bene dal metterci piede. Potevano farlo a pezzi lì, davanti alla proprietaria e nessuno, fuori da quella porta, sarebbe mai venuto a saperlo.

«Capitano, vi consiglio di tirare fuori il gruzzolo che avete nascosto in cabina sotto il vostro letto, e di darci quanto dovuto.» La voce seria e carismatica del mastro di rotta quietò le bocche affamate dei marinai. «Ma se preferite morire, sono affari vostri.»

«Pagherete cara questa bravata» minacciò, senza molta enfasi, raggelato dagli sguardi carichi di sangue da cui era circondato.

«Dimenticavo di dirvi che ho una lettera per i vostri armatori, in fondo fate la cresta anche a loro. Pagateci Wilkott, e mi leverò di torno in fretta.»

Sconfitto, si portò una mano sul braccio rotto e ordinò al primo ufficiale di andare a prendere tutti i soldi che aveva sottratto all’armatore e ai marinai.

 

Il bosco del Sorriso – Quando siamo noi a cercare l’ispirazione

L’ispirazione. Questa è una parola fondamentale per qualsiasi artista. Nel corso degli anni e dei secoli, in molti si sono rivolti a questa sorta di “entità” astratta che permette a coloro in grado di sentirla, di realizzare romanzi, quadri, musica…23032567_10213233094493846_6685644403362072891_n

Per quanto riguarda la scrittura (e per quanto riguarda me, nel caso specifico), l’ispirazione è spesso soffocata dalle vicende della vita. La fretta, male assoluto del nostro tempo, gli impegni, le preoccupazioni e   per interi giorni non si riesce a sviluppare l’idea che avevamo nella testa.

Avere in mente quasi un’intera storia e non riuscirla a trasferirla su carta è uno dei blocchi dello scrittore più infidi. Provoca angoscia, frustrazione. Un limbo che si verifica ogni qual volta la fantasia, l’arte, sono costrette a scontrarsi con una vita che scorre troppo veloce e che ti lascia addosso troppa stanchezza per permetterti di lasciarti andare all’entusiasmo, che dovrebbe invece permeare ogni attimo del processo creativo.

La soluzione, e il consiglio, che verrebbe da dare a uno scrittore in queste condizioni è semplice: tranquillizzati, e aspetta di essere ispirato!

Eh, no. Perché ad aspettare il momento perfetto con la casa silenziosa, il telefono muto, la mente rilassata… beh, credetemi, si diventa vecchi.

“È un tizio terra terra. Gli piace stare in cantina. Sarete voi ad arredargli l’alloggio dove abitare. In altri termini sbrigherete il lavoro di fatica, mentre lui se ne sta in panciolle a fumare sigari, ammirando i trofei di bowling e fingendo di ignorarvi. Secondo voi è giusto? Io penso di sì. Forse questo tizio non è una bellezza e nemmeno un abile conversatore (il mio si limita a mugugnare scontroso, a meno che non sia in servizio), ma dalla sua ha l’ispirazione. Vale la pena sgobbare fino a tarda notte, perché il nostro amico con sigaro e alucce dispone di un sacchetto pieno di magia. Il suo contenuto è in grado di cambiarvi la vita.”

La descrizione di King è perfettamente calzante. Come tutte le cose  anche l’ispirazione non cala dall’alto e non ti bussa alla porta. Devi andartela a cercare. Scavare, spaccarti la testa contro il muro e scrivere, scrivere, scrivere di continuo. Anche quando vorresti essere altrove, o quando  hai il vomito di sederti davanti al pc.

Ma tormentare i tasti di un portatile non  è il solo modo per scovare la musa. Credo che non ci sia nulla di meglio che svagare la mente passeggiando nei boschi, nei prati o anche in una via affollata di una grande città. L’ispirazione si porta con sé tutte le sfaccettature della vita, la polvere magica è fatta di colori, ombre, sole, profumi, espressioni. Quindi è necessario entrare in contatto con il mondo intorno a noi.

Per quanto mi riguarda, questo contatto lo trovo camminando per i boschi. Amo sentire gli alberi, osservare la natura che cambia al mutare delle stagioni. E con questo post vi voglio parlare di un luogo: il bosco del sorriso, un sentiero immerso nell’oasi Zegna, poco oltre Biella.22894096_10213233078133437_7628478047112224130_n

Un percorso costellato di favole incise sul legno, poste sotto gli alberi protagonisti. Un sentiero fatto di colori e profumi che conduce all’Eremo di Maria. Una costruzione in pietra che ricorda una chiesa, ma al suo interno racchiude i simboli di molte religioni. Potete entrare e meditare. Raggiungere voi stessi e staccarvi dalla giostra del mondo che scorre troppo veloce.

E scoprire che il bosco vi sorride sul serio e con lui la beffarda ispirazione. Nel mio caso, questa lunga e rilassante passeggiata ha sbloccato i timori riverenziali che avevo verso un progetto  compresso per diversi mesi, forse anni.

Quindi, ogni volta che vi sentite bloccati, soffocati,  – ed è un consiglio che rivolgo anche a coloro che non scrivono –  andate in cerca di ispirazione.

Perché l’entusiasmo serve soprattutto per affrontare la vita.

2000 parole – Storia di una scelta – Prologo

2000 parole. Al giorno. Tutti i giorni. Questo è l’obiettivo che mi sono posta da diversi anni, seguendo il consiglio di Stephen King: uno scrittore non dovrebbe mai perdere contatto con la propria storia, per farlo deve mettere una parola in fila all’altra ogni giorno. Ognuno è libero di quantificare l’obiettivo giornaliero, io mi sono assestata su questo quantitativo, altri avranno un altro metodo di misura.

Non sempre ci riesco, a volte è difficile avere la costanza, sopratutto con la baraonda della vita che ti scorre accanto. Forse non a tutti starà simpatico King e alcuni saranno in disaccordo con questo metodo.  Però mi sembrava un buon titolo per descrivere la dedizione degli scrittori che passano ore davanti al pc, ogni giorno. Tutti i giorni.

Indecisa se iniziare o meno questa rubrica, alla fine ho dato ascolto al bisogno, alla voglia di condividere le varie tappe che mi hanno portato a scegliere la scrittura e l’editoria come professione a tempo pieno.

Corriamo sempre avanti, nel tentativo di agguantare la cima della nostra ambizione, lo facciamo trascinando la nostra stanchezza, i dubbi, l’impazienza di arrivare ai nostri obiettivi, A volte sembra di non arrivare mai, di essere in cammino da troppo tempo o, per assurdo, di non aver camminato affatto, perché la meta sembra distanziarsi di giorno in giorno. Inarrivabile, un miraggio pronto a dissolversi.

 Eppure basta solo voltarsi indietro. Non per trovare le orme dei nostri rimorsi, ma per guardare il lungo sentiero tortuoso che ci siamo lasciati alle spalle, per essere consapevoli di tutte le difficoltà superate, della determinazione con cui siamo andati avanti. Esiste un momento, un preciso istante in cui bisogna avere il coraggio di farlo, di voltarsi e prendere consapevolezza di tutto ciò che è stato, e diventare più forti, più sicuri nell’affrontare la nostra strada.

Così eccomi qui, dopo anni d’incertezze e confusione, persino rabbia. Di dialoghi incompresi con me stessa e con gli altri. Di paure e delusioni. Oggi ho deciso di scrutare la via oltre le mie spalle. Di capire quanto è stata lunga e come sono arrivata fino a qui.

Per farlo non posso che iniziare da una domanda. Una di quelle che si trovano in una qualsiasi intervista dedicata agli autori. Come è nata la tua passione per la scrittura?” “Quando hai iniziato a scrivere?”

Spesso occorre dare una risposta concisa in qualche paragrafo, diventa difficile spiegare il complesso meccanismo che c’è alle spalle di una decisione come questa. Per cui proverò a raccontarlo dall’inizio.

Non posso dirvi con esattezza il quando. Io non lo so quando la penna ha iniziato a muoversi sulla carta consapevole di quel che faceva. Posso dirvi il come ho iniziato a “immaginare”. Questo sì.

Gondrano il Cormorano è un libricino foderato di verde, con sopra l’etichetta con il mio nome scritto in stampatello, sotto quello di un’amica immaginaria, a cui avevo dato persino un cognome, e la dicitura “prima classe elementare“. Lo conservo ancora e l’ho persino portato durante qualche presentazione. Ha addosso i segni del tempo, la copertina è rovinata e le pagine sono ingiallite.

È in assoluto il primo libro che ho letto da sola. Con ogni probabilità abbiamo iniziato a leggerlo in classe con la maestra, ma poi ricordo di aver continuato da sola, forse diversi mesi dopo. Un’emozione che conservo ancora. Con fatica mettevo insieme le parole, rapita da quel rapporto solitario tra me e la pagina scritta, affascinata dalle immagini che si componevano nella mia mente. Provavo insieme a Gondrano, il cormorano pigro uscito dall’uovo in ritardo, la paura, le avventure vissute insieme a Sua Maestà il Gabbiano.

Un mondo vivido, che alimentava i miei giochi. E poi, un giorno, ho iniziato a scrivere la mia personale storia di Gondrano. Ma per me era solo un altro modo di giocare. Non sapevo cosa diavolo avevo appena messo in moto, però di una cosa ero certa: ciò che desideravo di più al mondo erano altri libri da leggere, altre storie in cui perdermi.

Gondrano è stato il punto di partenza. Molte altre sono state le tappe prima di arrivare alla “scelta” e con questo diario, se così vogliamo chiamarlo, ve le racconterò, per sfogliare con voi l’album dei ricordi e mantenere saldi i piedi sulla via.

Pirati dei Caraibi, 5 Libri da non perdere

Nelle sale è tornato da qualche settimana l’affascinante e folle Jack Sparrow per la quinta e, forse, ultima volta. Ma se siete usciti dal cinema con la malinconia dei velieri e la voglia di solcare i mari, potete sempre aprire un vecchio buon romanzo e partire per l’avventura.

 

Dietro al semplice ed eloquente titolo “Storie di Pirati”, si nasconde una raccolta di racconti dedicati ai predoni del mare. Storie cariche di capitani coraggiosi e temerari, di mercantili e baleniere che solcano gli oceani con la paura di essere abbordati. Un piccolo libro che racchiude un tesoro: la capacità di trasportarci tra le ciurme senza scrupoli e le tempeste- Ma forse la sorpresa più autentica sta nell’autore del volume. Sir Arthur Conan Doyle. Il padre di Sherlock Holmes.

 

Se invece preferite un romanzo abbastanza corposo, con protagonista un uomo ambizioso forte e senza troppi scrupoli, a caccia di un tesoro nascosto dai francesi, Gli avventurieri delle Indie di Mark Keating, è ciò che fa al caso vostro. Devlin è un pirata spregiudicato che conquista il grado di capitano e che non ha paura di mettere in atto piani pittoreschi più di riuscire nel suo intento.

 

 

Volete lasciare il caldo sole delle Indie Occidentali e spostarvi nell’Irlanda del XVI secolo per fare la conoscenza di un altro tipo di pirata? Magari di una donna a capo di un’ intera flotta di predoni? Grania, La Regina dei Pirati d’Irlanda, di Morgan Llywelyn è il romanzo adatto alle vostre esigenze. Una fine ricostruzione storica che spiega le ragioni alla base della pirateria costiera dell’Irlanda di quel secolo. Una protagonista forte, dura e realmente esistita, che vi trascinerà in grandi avventure fino alla corte della Regina Elisabetta I.

Gli ultimi due consigli, non sono romanzi d’invenzione ma dei racconti a metà tra biografia e saggio storico. Preziosi perché parlano con la voce autentica del secolo in cui sono stati scritti.

Bucanieri dei Caraibi è il racconto di ciò che Alexandre Olivier Exquemelin, chirurgo di bordo, ha vissuto sulla sua pelle. Forse il più prezioso testo sulla filibusta del XVII secolo Arrivato a Tortuga nel 1666, ha partecipato in prima persona alla presa di Panama e di Maracaibo, facendo la conoscenza di personaggi leggendari come Henry Morgan. Un libro che racconta imprese efferate compiute da uomini spietati, eppure al soldo delle Corone Europee.

Pietra miliare per ogni studioso della pirateria, Storia generale dei pirati, del Capitano Johnson, è la raccolta delle biografie dei capitani più famosi del XVIII. L’autore, essendo loro contemporaneo, ha potuto usufruire di notizie appena colte, di documenti ancora freschi di inchiostro. Ha gettato le basi per gli studi di tutte le epoche successive, ed è il punto di partenza per fare “amicizia” con personaggi come John Roberts, Barbanera e Mary Read. Affascinante poi, il mistero che si cela dietro lo pseudonimo Capitano Johnson. La vera identità dell’autore rimane a tutt’oggi sconosciuta e per un periodo è stato erroneamente identificato con Daniel Defoe.

Dunque non vi resta che partire per l’avventura…

Nuova uscita “La vendetta del Bandito” di M. Piazza e P. Boiocchi

Michela Piazza e Pamela Boiocchi continuano la loro serie di Romance Storici, dal fascino irresistibile.

Fresco di pubblicazione “La vendetta del bandito” è ambientato nella terra di Bretagna. Quali saranno le avventure in cui ci trascineranno stavolta le due autrici?

BANDITO

IN OFFERTA A €O, 99 SU AMAZON E KINDLE UNLIMITED

SINOSSI

Bretagna, 1742

“Ora è mia.”

Un biglietto infilzato nel letto con un pugnale, unica traccia di un rapimento. L’Ankou, il famigerato contrabbandiere, ha catturato l’ingenua Elspet e ha in serbo per lei un’opera di seduzione lenta e inesorabile, un gioco eccitante, pericoloso e irresistibile. Ma cosa può aver spinto un criminale simile a catturare una fanciulla dolce e sognatrice? Fergus non riesce a smettere di domandarselo, mentre insegue la sorella conscio di avere a disposizione solo una manciata di ore per salvarla. Tra antichi segreti e nuovi inganni, castelli in rovina e scogliere battute dal vento, una corsa contro il tempo la cui posta in gioco sono i cuori dei protagonisti. Due storie d’amore ricche di passione, un’avventura costellata di tradimenti, vendetta e redenzione.

LE AUTRICI

Pamela e Michela hanno pubblicato singolarmente due saghe sui pirati (La maledizione di Blackbeard e La donna pirata) e insieme hanno scritto i chick lit della serie Amori al peperoncino, l’erotico Il mio lato proibito e i romance storici Il riscatto del pirata e La conquista dell’indiano. Nonostante vivano una alle Canarie e una sul Lago Maggiore, restano unite da una pazza amicizia e dal potere dei sogni.

ESTRATTO
“Siete molto coraggiosa, vero? Così certa di essere vittima di chissà quali terribili piani.” “Ho torto? Non mi avete forse rapita?”
“Certo che ti ho rapita. Ma non per le ragioni che credi.”
“Non esistono mai motivi nobili dietro a un gesto vile!” esclamò Elspet, scoprendo dentro di sé una rabbia che non credeva di possedere. Già era terribile essere alla mercé di un fuorilegge, non avrebbe permesso a quel bellimbusto di spacciarsi per qualcosa di diverso da un criminale.
“No, i motivi nobili non sono una giustificazione, e io in ogni caso non fingerò di averne.” asserì lui, serio. “Ti ho presa per farti mia, per averti nel mio letto. E questo è ciò che avverrà, puoi starne certa.”