La Stella di Giada – I personaggi – Johnny Shiver



Mi chiamo Johnny Shiver e da dieci anni solo il capitano della Stella di Giada. So perfettamente quale idea avete tutti voi della vita da pirata: rum, donne, feste, libertà e tanto oro. Dimenticate le lunghe traversate in mare, le provviste che finiscono in fretta, gli arrembaggi che si portano via pezzi di corpo, il sole che ti brucia la pelle e il capestro che ti aspetta in ogni porto. Una fuga continua, destinata a concludersi nel sangue.
E allora perché ho deciso di fare questa vita? Questo vi state domandando, vero? Perché  solco i mari seminando distruzione, torturando le mie vittime, senza fermarmi un momento. Vorrei rispondervi, ma se lo facessi, vi svelerei tutta la storia del romanzo di cui sono protagonista. Posso solo dirvi che ho dimenticato il numero delle persone che ho ucciso, e quello della navi che ho saccheggiato. Nessuno della mia ciurma è stato mai catturato, i miei piani sono troppo elaborati e nessuno può realmente pensare di battermi. Jacobson mi insegue, ma gli scivolo sempre via dalle mani. Qualcuno mi chiama diavolo, e forse lo sono. Non riesco a provare nessun briciolo di pietà, quando qualcuno, sanguinante per le torture che gli ho inflitto, striscia ai miei piedi per chiedere di essere risparmiato. Non riesco a fermarmi, ho troppa sete di sangue.
Qualcuno  è convinto che io sia una specie di essere immortale e che la mia nave sia maledetta, in grado si solcare i mari per l’eternità.
Si sbagliano. Vi assicuro che sono fatto di carne e sangue come tutti voi, solo che mi sono strappato via il cuore e l’anima, gingilli inutili che portano solo guai.
Ora riesco a ridurre in ginocchio un nemico solo con uno sguardo.
Tremano tutti appena mi vedono.
Sventolo il mio jolly roger e navi tre volte meglio equipaggiate della mia, si arrendono.
Eppure devo confessarvi una cosa: alla fine, non è poi così semplice fare la parte del diavolo.
Fania

Diario di bordo – Perchè

Era arrivata l’ora in cui, di solito, andava a dormire, ma quella sera aveva un appuntamento, così il vecchio Sam si fece coraggio e si buttò sulle spalle un mantello logoro che, probabilmente, aveva la stessa sua età.
Sorrise al contatto con quel cotone lacero e consumato. Era un compare che gli aveva sempre coperto le spalle nei momenti peggiori, che non lo aveva mai tradito e non lo avrebbe fatto nemmeno quella sera.
Si avvicinò al tavolo, dove la luce di una candela illuminava il paniere. Controllò per l’ennesima volta il contenuto, Sam ci teneva che non mancasse niente. Il pane appena sfornato era ancora tiepido, il dolce che aveva acquistato con le sue ultime monetine era accoccolato in un angolo, separato dal resto, come a precisare che era lui l’ospite d’onore di quella cesta e infine c’era una camicia pulita. Non era nuova, era solo una delle meno consumate che possedeva e a cui aveva rattoppato qualche buco.
Coprì il cestino con un sorriso soddisfatto. Soffiò sulla candela e la stanza ripiombò nel buio.
Uscì in strada nel vicolo dai palazzi mezzi malandati, come lo erano i suoi occupanti. Gli passarono davanti i manovali che rientravano dal lavoro, ma nessuno gli badò.
La disgrazia, agli occhi della gente, era peggio della peste. Chiunque veniva colpito da essa, era isolato, cancellato, di modo che la sua sciagura non si propagasse ad altri.
Era quasi buio e il cammino era lungo, doveva affrettarsi o lo avrebbero lasciato fuori e non poteva permetterlo. Una lacrima impertinente scivolò dai suoi occhi verdi. Se l’asciugò con il suo palmo rugoso e affrettò il passo, stringendo i denti per i dolori che provava in tutto il corpo.
Sam era troppo vecchio per quella vita e non era nemmeno sicuro di riuscire a sopravvivere a quella sera.
Passò nella piazza principale, girò lo sguardo al porto, il mare rispecchiava gli ultimi frammenti oro e rame del tramonto e le navi alla fonda ondeggiavano piano. Gli apparvero come tante culle di bambini che una mano invisibile dondolava per farli addormentare sereni.
Il suo sguardo lasciò i velieri e si posò sul forte. Un brivido gli passò lungo la schiena, nemmeno il suo fedele mantello poté respingerlo.
Quella era la sua meta e ci arrivò dopo un altro faticosissimo quarto d’ora di cammino. La salita gli fece mancare il fiato e le guardie si ritrovarono davanti un vecchio stanco che non riusciva nemmeno più a parlare per colpa del fiatone.
Quando già stavano per ricacciarlo indietro, riuscì a dire il suo nome, a porgere il foglio dell’autorizzazione.
Una di quelle guardie, allora, lo prese per un braccio e lo portò con sé. Aprì una pesante porta di legno e scesero diverse rampe di scale , illuminate solo da fiaccole appese al muro, a intervalli regolari. Più scendevano, più i brividi del vecchio Sam aumentavano.
Capì che erano quasi arrivati dai lamenti che gli giunsero alle orecchie: preghiere, richieste di aiuto, di acqua, di cibo e urla di dolore.
Quando anche l’ultimo gradino fu alle spalle, i suoi occhi videro un corridoio strettissimo, mal illuminato dalle fiaccole, su cui si affacciavano numerose sbarre e da cui spuntavano le braccia smagrite degli occupanti delle prigioni.
Mani di diverso colore, di diverse età, ma tutte rivolte verso le guardie. Mani che invocavano la pietà e a cui veniva risposto con una bastonata che le respingeva nel buio.
Buio in cui, di tanto in tanto, Sam vedeva luccicare degli occhi, anche questi diversi fra loro ma tutti disperati.
Altre lacrime scivolarono sulle sue guance ma quando vide uno dei carcerieri afferrare una chiave, capì che il momento decisivo era arrivato e non volle mostrarsi così disperato.
Gli dissero che lui era lì dentro e lo spinsero avanti. Una delle guardie ringhiò, più che chiamare, il nome di suo figlio. Questi rispose con una voce debole, un soffio proveniente dall’oscurità di quell’inferno.
Finalmente la torcia rischiarò la cella, dentro vi erano tre persone, due dormivano, su dei giacigli di paglia insozzata da escrementi e sangue. Il terzo, Jho, era appoggiato al muro, da dove non poteva muoversi a causa dei ceppi che lo incatenavano.
-Padre. – mormorò.
Sam tremò tutto. Suo figlio era ridotto ad uno spettro, gli occhi pesti, la camicia a brandelli e insanguinata, le mani piene di escoriazioni.
Gli si avvicinò e posò il cestino a terra. – Ti ho portato delle cose. – spiegò Sam. Glie le mostrò e Jho gli sorrise, un piccolo raggio di luce su quel volto scuro.
I suoi occhi, verdi come quelli del padre, luccicarono sotto la tenerezza delle cose che gli venivano mostrate. Una pagnotta che non aveva senso mangiare, una camicia che sarebbe andata sprecata, un dolce il cui sapore lo avrebbe fatto piangere di malinconia.
Sam si sedette a fatica sul pavimento sporco della cella e rimasero così in silenzio per alcuni minuti. C’erano troppe parole da dire, troppe cose da ribadire e far capire. Se avessero voluto dirsi tutto, non sarebbe bastata l’intera notte e non avevano che venti minuti appena.
Il giovane e il vecchio si guardarono a lungo. Si erano capiti. I sentimenti erano passati dal cuore dell’uno a quello dell’altro e si sorrisero, si abbracciarono e piansero.
Infine le labbra del vecchio si schiusero a pronunciare le sei lettere che Jho temeva più di tutte. – Perchè?-
Quella parola era semplice, era corta, durava l’attimo di un respiro ma dentro c’era un mondo di parole non dette, di decisioni sbagliate, di possibilità non raccolte, di errori, di speranze, di delusioni. Era una parola che pesava come un macigno. Quel macigno si posò sul cuore di Jho che avrebbe voluto rispondere al suo vecchio padre e spiegargli perché si era imbarcato sotto il jolly roger, perché non era tornato indietro, perché si era divertito a fare il pirata, perché non aveva battuto ciglio davanti alle persone che aveva ucciso.
Voleva farlo, era la cosa che desiderava di più al mondo, ma si rese conto di non riuscirci. Alla fine, nemmeno lui sapeva perché. – Ti voglio bene, padre. Te ne ho sempre voluto. – fu la sua risposta.
Il vecchio Sam sorrise e pianse di nuovo. In fin dei conti, non serviva a niente sapere, capire, perché suo figlio l’indomani sarebbe morto impiccato.
L’unica cosa da sapere era che si volevano bene. Lui aveva continuato a volergliene anche quando era partito, anche quando non ne aveva saputo più niente e quando lo aveva visto in catene nel tribunale, accusato di pirateria.
Gli voleva bene anche in quel momento. Era suo figlio.
I venti minuti passarono, Sam fu fatto uscire dalle carceri e una volta fuori si appoggiò al parapetto del forte a guardare di nuovi i velieri. Continuavano a dondolare, dondolavano, dondolavano e lui aveva sonno. Chiuse gli occhi e si addormentò.

Il giorno dopo Jho salì sul patibolo e si chiese perché suo padre non c’era. Avrebbe voluto avere il conforto dei suoi occhi verdi prima di morire. Si chiese cosa avrebbe trovato alla fine di quella corda che lo avrebbe strozzato. Era stato religioso un tempo, ma poi non ci aveva più pensato. Non aveva la più pallida idea di cosa sarebbe successo dopo.
Tuttavia, se l’aldilà esisteva davvero, Jho avrebbe trovato suo padre ad aspettarlo. Il suo buon vecchio, adorato, padre che la sera prima si era addormentato sul forte di Gun Hill, chiedendosi perché la vita era sempre così complicata e la morte così semplice.

Fania

I pirati – Il Jolly Roger

La mitica bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate da dove nasce? Perché ha un nome così strano?

Diverse sono le teorie.

Quella più accredita vuole che il nome Jolly Roger derivi dalla bandiera rossa usata dai corsari inglesi intorno al 1694 per volere dell’ammiragliato. I francesi presero quindi a chiamare tale bandiera “Jolie Rouge”  che gli inglesi hanno poi trasformato in Jolly Roger.


 Le bandiere rosse, usate dai pirati, avevano un significato terribile: la nave che la issava non avrebbe concesso quartiere, nessuno sarebbe sopravvissuto! La bandiera rossa infatti, continuò ad essere utilizzata con quel significato, anche dopo che si passò all’uso della bandiera nera.
Ogni pirata poi adornava il suo vessillo come meglio preferiva.

Il classico simbolo era il teschio incrociato, simbolo universale di morte. Barbanera sceglie invece uno scheletro armato di lancia che infilza un cuore grondante sangue. Roberts invece si fa immortalare sul suoi vessillo mentre è impegnato a pestare la testa di un barbadiano e di un martinicano (odiava a morte queste due isole, per un motivo che scoprirete nella descrizione della sua vita) prima di passare a questa eloquente bandiera però, Roberts aveva un vessillo che raffigurava un “simpatico” scheletro che passava una clessidra ad un omino, mentre nella mano teneva la lancia. Era un monito: la morte che indicava agli uomini che il tempo era ormai scaduto!


La clessidra infatti era presente molto spesso nei Jolly Roger e stava proprio ad indicare che chi veniva assaltato dai pirati aveva i minuti contati!

Un’altra teoria vuole che Jolly Roger derivi dal termine inglese Roger che significa vagabondo, Old Roger poi era l’appellativo con cui si faceva riferimento al diavolo.

Fania


I pirati – Fifteen men on a dead man’s chest




 Fifteen men on a dead man’s chest
 Yo ho ho and a bottle of rum
Drink and the devil had done for the rest
Yo ho ho and a bottle of rum.
Chi , sentendo la parola pirati, non si è messo a canticchiare questo famoso ritornello? Quindici uomini sulla cassa da morto, yohoo e una  bottiglia di rum…
D’altronde si tratta della canzone pirata per eccellenza, scritta dall’autore del romanzo pirata per eccellenza, L’isola del tesoro.
Ma  Robert Luis Stevenson dove ha trovato l’ispirazione per questa canzone?
Perché quindici uomini, perché una cassa da morto?
Si dice che abbia pescato l’idea sfogliando un atlante geografico e trovando un’isola, nel mar dei Caraibi, di nome Dead Man’s chest.
La canzone parla di quindici pirati che vengono abbandonati su un’isola sperduta, con la sola compagnia di una bottiglia di rum. 
Questa storia sembra essere simile ad una leggenda che si narrava su  Barbanera. Pare che lo spietato pirata, per punire quindici suoi uomini, li avesse abbandonati su un’isola deserta, affidando loro solo una bottiglia di rum per ciascuno e condannandoli a morte certa. Infatti, Barbanera ritornò sull’isola diversi giorni dopo, ritrovando solo cadaveri.
Ora la fatidica domanda? Cos’è nato prima?
La canzone o la leggenda?




E’ molto probabile che sia nata prima la canzone e che sia stato tutto merito dell’immaginazione di Stevenson.

Tuttavia, nel libro del capitano Johnson, nel capitolo dedicato a Teach,  viene menzionato un episodio simile.
Intenzionato a non dividere il bottino con tutta la ciurma, Barbanera  decise di abbandonare diciassette uomini su un’isola deserta.
 In questa versione, però, questi sventurati hanno sorte migliore. Dopo due giorni vengono salvati dal Maggiore Bonnet.
Siamo, perciò, destinati a non sapere la verità su questa leggenda e  ognuno di noi può scegliere la versione che preferisce.
Nel mentre, non ci rimane che ascoltare i diversi arrangiamenti della canzone che fu messa in musica nel 1901 in occasione di un musical ispirato al libro di Stevenson.
La versione inglese è anche conosciuta con il nome “The derelict




Storie di Creatività – Antonella Arrigo -La Taverna degli Incontri 1

    Benvenuti allo Squalo Nero.

L’ospite di questa sera è Antonella Arrigo, pittrice.

Ho deciso di invitarla qui perché voglio farvi conoscere la mano che ha dato forma ai personaggi e alla copertina del mio libro.
Antonella ha ventisei anni e vive in Sicilia, in provincia di Messina. La nostra collaborazione nasce per caso. Iscritte tutte e due su un forum dedicato a una passione comune, quella per Caparezza, Antonella diventa lettrice del mio blog. Dopo aver seguito con passione le vicende della Stella di Giada, nasce una vera e profonda amicizia.
Antonella mette a disposizione il suo talento e, grazie a lei, il mio romanzo ha acquistato una veste grafica del tutto originale. Spero di collaborare con lei anche per i miei futuri progetti.
  1. Quando hai scoperto la tua passione per la pittura?
    Non so se ci sia stato un momento preciso nella mia vita. Mio padre dipinge da prima che io nascessi, quindi diciamo che la pittura c’è sempre stata nella mia vita.
  2. Che rapporto hai con la tua arte?
    Amore e odio. Meglio di così non potrei definire. Amore perché amo le cose che ritraggo, odio perché molte volte non sono soddisfatta del risultato. 
     
  3. Le tecniche che preferisci? Olio, acquarelli, matita..
    Tutte, compresa l’arte digitale. Vado un po’ a periodi, negli ultimi tempi ho molto usato la matita. Sono attratta dai contrasti tra bianco e nero.
  4. Quali soggetti/paesaggi ami dipingere di più? 
     
    Anche qui direi “tutto”, ma se devo scegliere, dico che mi piacciono particolarmente i ritratti e la figura umana.

  5. Esiste un particolare luogo del mondo che vorresti immortalare sulla tua tela? 
     
    Non ci ho mai pensato… la mia fantasia è piena di luoghi immaginari.
    Ma se avessi la possibilità di viaggiare molto, credo che in ogni parte del mondo troverei qualche scorcio da dipingere assolutamente.
  6. So che ami molto la musica, la ascolti mentre pitturi ?
    Certo che l’ascolto! La musica è una grandissima fonte d’ispirazione (come sai anche tu benissimo). 
     
  7. Sì, in effetti anche per me la musica è fondamentale. Quali sono, quindi, gli artisti che ascolti di più durante il tuo processo creativo?
    Sono parecchi…. Caparezza, Battiato, Within Temptation, Baustelle, Muse, Subsonica. E li ho scelti di volta in volta perché si intonavano al mio stato d’animo del momento. Ultimamente sono molto propensa ad ascoltare composizioni per solo pianoforte, o pianoforte e orchestra, come quelle di Ludovico Einaudi. Le trovo perfette come sottofondo al lavoro creativo perché mi rilassano.

  8. L’opera o le opere a cui sei maggiormente affezionata?
    Angel -Antonella Arrigo
    questo è stato il primo di una serie di quadri sullo stesso stile, ed è quello che sento più riuscito. Attualmente il mio capezzale 🙂
My Immortal -Antonella Arrigo
a questo quadro mi ci sento molto legata perché rimanda ad una canzone che adoro. È stato esposto per un certo periodo all’Accademia di Reggio Calabria.
Back in Time – Antonella Arrigo
è il ritratto di una persona a cui tengo molto.
Heavy Metal – Antonella Arrigo
questo è in digitale. Era nato con un aspetto molto diverso da quello che ha adesso, ma poi l’ho modificato adattandolo all’anima della persona a cui l’ho dedicato.
    8) Vivi vicino al mare, in una delle isole più belle del mondo, raccontaci del tuo rapporto con il paesaggio siciliano e dei luoghi che ami di più.
    Non molto tempo fa una persona mi faceva notare la mia fortuna di avere la stanza rivolta ad est, in modo da poter vedere il sorgere del sole e non avere palazzi a coprirmi parte della visuale. È vero, forse sono davvero fortunata (anche se raramente vedo l’alba). Amo i paesaggi della mia isola, non poteva essere altrimenti, ma in particolar modo amo la vista del mare. La passeggiata sul lungomare è ormai un bisogno che spesso sento, anche di notte. La massa d’acqua scura e le lucine di Reggio Calabria di fronte, sono delle cose molto piacevoli per i miei occhi, e a volte anche per l’anima.
  1. Non solo matite e pennelli lavori anche in dgital art Cosa ami produrre con questa forma d’arte?
    Fin’ora mi sono dilettata principalmente in paesaggi, realistici e meno realistici. E qualche piccola cosa di grafica pubblicitaria.
  2. Le cose che ti ispirano di più e il momento della giornata che preferisci per creare?

     Tra le cose che mi ispirano di più c’è sicuramente la musica, come ho        detto prima, ma anche vedere le opere di altri artisti è fonte di ispirazione. Nonché i vari viaggi mentali che faccio nei momenti più assurdi, tipo sotto la doccia. Il momento per creare è di solito un momento in cui so di poter stare in tranquillità. Spesso il pomeriggio, ma a volte anche la notte.

  1. La nostra collaborazione ti ha portato a disegnare i personaggi di una storia. Ti è piaciuta questa esperienza? Puoi descrivere come ti sei preparata per questo lavoro?
    Mi è piaciuta quest’esperienza, è una cosa che non avevo ancora provato ed è stato stimolante ed interessante. Come ricorderai, per prepararmi al meglio ti ho chiesto informazioni dettagliate sui personaggi da rappresentare, e poi sono andata a rileggere le parti della storia dov’erano presenti le loro descrizioni. Dopodiché, non nascondo che sono andata anche a ripassare un po’ di anatomia, specialmente maschile.
  2. Ami molto leggere, i tuoi autori e il tuo genere preferito?
    Difficile dire un genere preferito. Diciamo romanzi, in generale. E anche con gli autori sono abbastanza incostante per cui posso citare dei titoli che mi hanno lasciato un segno sul cuore: primo fra tutti “Il nome della rosa” di Umberto Eco. E poi “Notre Dame de Paris” di Hugo, “Veronika decide di morire” e “Undici minuti” di Choelo, “Cime Tempestose” di Emily Bronte. 
     
  3. Hai qualche progetto particolare che ti piacerebbe realizzare grazie alla tua arte?
    Non so se sia molto pertinente con la domanda, ma se si parla di progetti, la prima cosa che mi viene in mente è viaggiare. Se poi sarà grazie alla mia arte, e con la mia arte, sarà ancora meglio.
  4. Infine, un ultima domanda, sei soddisfatta dei titoli che trovi sugli scaffali della libreria? Cosa pensi dell’editoria italiana in generale?
    Mi cogli in fallo. Devo dire che non sono molto aggiornata sui titoli presenti sugli scaffali ultimamente. Sicuramente tra i “Big” figurano scrittori che apprezzo, come il già citato Eco, e scrittori che non mi capacito di come possano continuare ad aver successo, tipo Moccia che continua a sfornare volumi sfruttando l’onda di successo che ebbe “Tre metri sopra il cielo”. (Personalissima opinione).
    Credo però, che ci voglia maggiore risalto per gli esordienti. Tra di loro ci sono molti romanzi interessanti, prima fra tutti il tuo e non perché ti sono amica e ti voglio bene, ( d’altronde quando ho iniziato a leggere il tuo blog non ti conoscevo ancora) e nemmeno perché ho contribuito alla grafica del libro. Semplicemente perché ho letto la storia che hai scritto, e mi è piaciuta, mi ha emozionata, e a tratti anche commossa. A parer mio merita un gran successo. E te lo auguro con tutto il cuore.
Mi hai fatto arrossire, ti ringrazio molto.
Se volete conoscere tutte le opere ti Antonella Arrigo, sfogliate la sua galleria di DeviantART, rimarrete incantati.
Fania

I pirati – Il falso mito del tesoro nascosto

Se vi dico pirati, voi a cosa pensate? Naturalmente a velieri, rum, sciabole e…mappe per cercare tesori sepolti.
Robert Louis Stevenson ha, di certo, dato una grande mano ad alimentare questo falso mito.
I pirati hanno saccheggiato quantità sconcertanti di bottino, che non avevano alcuna intenzione di nascondere da qualche parte per usi futuri.

Difficlmente un pirata pensava al futuro. Il suo principale obiettivo era assaltare una nave, tornare in qualche porto e spendere quanto faticosamente saccheggiato in allegre bevute in taverna, comprandosi la compagnia di qualche bella ragazza. Era questa la loro ambizione, c’era anche chi risparmiava, qualcuno addirittura mandava denaro alla famiglia, ma a nessuno era mai passato per la mente di andare a nascondere l’oro da qualche parte.

Questo perché il bottino andava diviso. Quindi i pirati si trovavano in mano con una quantità molto più ridimensionata di quella interamente saccheggiata.

L’unico caso di tesoro sepolto è quello di Edward Teach, detto “Barbanera”.  Una sepoltura decisamente involontaria…Il capitano si ritrovava con parecchio oro a bordo, per dividerlo con calma, visto che aveva il capitano Maynard  sulle sue tracce, si era recato in un arcipelogo con delle insenature, e vi nascose il tesoro per riprenderlo dopo aver eliminato il fastidioso inseguitore.

Non tornò mai a riprenderlo, lo socntro con Maynard uccise lui e metà della sua ciruma. La marina inglese ripercorse in fretta i passi di Barbanera, recuperando il tesoro.

John Avery, invece è il pirata che agli inizi del 1700 saccheggiò la flotta del gran Mogol nel mare mediterraneo. Un tesoro enorme. Ricercato dalle autorità e diffidente a dividere un bottino così vasto con tutta la ciurma, con vari tradimenti, si sbarazzò dei compagni.

Sulla sua fine girano due versioni. La pirma lo vede povero, truffato della sua fortuna da ricchi mercanti, morire di fame in Inghilterra. La seconda, lo vede in Madagascar a godersi la vita agiata. Nessuno sa con certezza che fine abbia fatto, quindi, quell’immensa fortuna.

Avery mi ha sempre affascinato, per questo ho modificato la sua leggenda. Il suo tesoro sarà il protagonista di una ricerca spietata in cui verrano coinvolti i personaggi della “Stella di Giada”.

Non esistono e ci scrivi un romanzo sopra? Sì, perché naturalmente pensare ai tesori sepolti dei pirati stimola l’immaginazione e l’avventura. Poco importa se in realtà non sono mai esistiti.

Fania

L’inizio di un lungo percorso

Ci siamo. 
Aprile ha portato con se il miglior traguardo per ogni aspirante scrittore: la pubblicazione del proprio romanzo.
In realtà, per quanto mi riguarda, si tratta della seconda edizione, ma dato che la prima aveva più i connotati di una prova, possiamo affermare che l’edizione Youcanprint è quella ufficiale, dato che è anche dotata di codice ISBN.
Mi sembra quindi arrivato il momento di raccontare come è nata questa avventura.
C’è un proverbio arabo che recita “il destino ti aspetta sulla strada che hai scelto per evitarlo“. Potrebbe essere il riassunto della mia storia.

Non ho un chiaro ricordo di quando ho iniziato ad inventare mondi alternativi e personaggi immaginari, posso solo basarmi sui racconti dei miei genitori che generalmente iniziano sempre con una frase tipo “Stefania da piccola stava ore ed ore da sola a parlare con amici immaginari, è sempre stata in un mondo tutto suo”. Sembra quasi la descrizione di una un po’ toccata di testa, e forse lo sono. In realtà, ho sempre ricordato i miei giochi come delle invenzioni. Mi svegliavo al mattino e potevo essere una bambina di una tribù indiana, una tigre, una signora che andava a fare la spesa, un pirata o una maestra.
Dalle elementari in poi mi sono guadagnata il timbro “ha sempre la testa fra le nuvole” dato che, molto spesso, invece che seguire la lezione mi perdevo nei miei sogni ad occhi aperti che, la maggior parte delle volte, partivano da qualche aneddoto raccontato dalla maestra che io immediatamente assimilavo e trasformavo a modo mio, inventando storie e personaggi.
Ricordo che il tema è sempre stato uno dei compiti più odiati dai miei compagni di classe, mentre io non vedevo l’ora di prendere la penna e scrivere.

Crescendo il mio bisogno di inventare si manifestava con i film. Non ero mai contenta del finale e quindi ne scrivevo uno alternavo di mio gradimento, oppure continuavo la storia. Questo vizio me lo sono portato dietro fino alle superiori, periodo in cui ho scoperto i manga:  anche lì mi dedicavo a sviluppare storie alternative producendo quel che oggi si chiamano fan-fiction.

C’è da aprire una parentesi sul mio percorso di studi. Essendo anche una divoratrice di libri fin dall’infanzia e dopo aver abbinato questa mia passione a quella per la scrittura, mi ero fatta, intorno ai quattordici anni, l’idea che da grande avrei fatto la scrittrice e la giornalista. Per cui ero per scegliere un percorso orientato a materie umanistiche, ma, per assurdo, proprio il mio essere perennemente fra le nuvole ha portato i professori a indicarmi la strada opposta: quella della scuola tecnica-professionale. All’epoca non avevo un carattere troppo ribelle, per cui, se pur a malincuore, ascoltai i consigli dei professori e dei familiari, accantonando i mie propositi per il futuro.
Difatti, da allora, ho relegato l’attività scrittura a mero “hobby”. Attività che nascondevo con tutte le mie forze, senza parlarne con nessuno.

Finita la scuola, ho fatto il mio ingresso nel mondo del lavoro, dimenticandomi totalmente delle mie vecchie aspirazioni, cucendomi addosso il ruolo che era stato scelto per me: quello della diligente segretaria e seppellendo il mio lato creativo e originale, fatto di nuvole e cose astratte.
E’ stata un’esperienza piena di avvenimenti e incontri che hanno segnato per sempre la mia vita e che difficilmente dimenticherò. Nel mio solito stile in cui ogni cosa che faccio deve essere profonda e vissuta fino in fondo, in quei tre anni e mezzo ho dato tutta me stessa, conoscendo la soddisfazione professionale. A livello umano mi ha dato tanto, nonostante sia stata anche causa di un forte sconvolgimento interiore, che mi ha gettato in una sorta di depressione.
Un periodo in cui non riconoscevo più me stessa, su quel confine che separa l’adolescenza dalla vita adulta.
Ed è proprio laggiù, nel buio totale dell’anima ,che ho ritrovato quello che per me è il mio destino.
Finita l’esperienza lavorativa, ritrovata la mia voglia di andare all’università, ho iniziato un lungo percorso che consisteva nel riattaccare i cocci in cui mi ero divisa, e così è successo che un giorno del 2008 mi sono messa al computer e ho iniziato a scrivere.

Proprio sulla strada che, in teoria,  avrebbe dovuto portarmi lontano anni luce dalle mie ambizioni, ho ritrovato me stessa e l’unica cosa in cui mi sento davvero libera.
L’inizio di un’avventura, fatta di continue cancellazioni, ristesure, litigate interiori, scoraggiamenti. 
Per quattro anni ho lavorato al progetto, e solo verso la fine ho trovato il coraggio di parlarne ai miei amici e al mio fidanzato.
In genere si sconsiglia di far leggere il proprio lavoro agli amici, perché tendono a non essere obiettivi, ma se non l’avessi fatto a quest’ora la mia storia sarebbe ancora a marcire nel tanto chiacchierato cassetto.
Loro mi hanno dato una mano a credere in me, a trasformare il mio hobby segreto in qualcosa di più concreto.
Infine, ho deciso di pubblicarlo tramite le piattaforme di self-Publishing. Il perché di questa scelta, , è lungo da spiegare e l’approfondirò nel prossimo futuro.

Il percorso è ancora lungo, non so quante copie venderò, so solo che ho ritrovato ciò che so fare. Continuerò a scrivere e difficilmente smetterò, indipendentemente dai risultati ottenuti.

Nel film “Mangia, prega, ama“, qualcuno dice alla protagonista che la parola “scrittrice” rappresentava ciò che lei faceva nella vita non ciò che era.
Credo che sia profondamente sbagliato.
Io sono scrittrice perché è quello che sono, indipendentemente da quello che farò.

Fania